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Il Parlamento ha dunque approvato il testo della legge di bilancio 2023, la prima del nuovo governo di destra. Dal punto di vista delle scelte di politica economica, la cifra di quest’intervento sta sostanzialmente in una logica di continuità con l’impostazione del governo Draghi, con l’addendum di segnali – dall’innalzamento del contante a quello della flat tax a 85.000 € per le partite IVA – che servono a far capire che il blocco sociale di riferimento del governo è costituito dal lavoro autonomo e irregolare. Contestualmente, e non a caso, avanza una  “riscossa ideologica”  a danno dei soggetti deboli, nello specifico con quanto previsto sul reddito di cittadinanza- che peraltro prevede un risparmio modesto, di circa 730 milioni di € – ma anche nei confronti dei migranti, con il recentissimo decreto Piantedosi.  Infine, si tiene ferma la spesa per sanità e istruzione che, con un’inflazione che viaggia sopra il 10%, equivale a compiere un taglio reale decisamente significativo.

In ogni caso, ciò che più importa è che quest’impianto, oltre ad essere di natura congiunturale – a partire dalle ingenti risorse per tamponare l’incremento delle bollette energetiche, che però coprono solo l’arco temporale che va da qui alla primavera – non è assolutamente in grado di far fronte ai problemi che la prossima fase economica e sociale ci consegna. Il Presidente del Consiglio sostiene che questa manovra punta alla crescita economica: è una affermazione che rasenta il ridicolo. Proseguire con l’”agenda Draghi” in un quadro economico in peggioramento, causato dalla fine del rimbalzo post pandemia e dallo scoppio della guerra, non favorisce alcuna crescita. Il 2023 si presenta con un mix tra crescita dell’inflazione attorno al 10% e un andamento del PIL prossimo allo zero (dall’ottimistico +0,6% di previsione del governo al +0,3% stimato in questi giorni dall’OCSE, per non parlare del Fondo Monetario Internazionale che parla di un – 0,2%). E’ questo l’effetto, in primo luogo, della crisi energetica che si manifesta con un’inflazione da costi, non da eccesso della domanda, rispetto alla quale l’innalzamento dei tassi di interesse deciso dalle Banche Centrali, FED e BCE in testa, non fa altro che aggravare un quadro tendenzialmente recessivo. Le conseguenze si scaricano soprattutto sulle condizioni di vita di lavoratori e pensionati che, privi di adeguati strumenti di protezione, vedranno diminuire ulteriormente reddito e possibilità di lavoro. Né certamente gli stessi lavoratori potranno pensare di recuperare affidandosi solo ai rinnovi contrattuali, che arrivano in ritardo, coprono sempre meno la platea del mondo del lavoro, e sono costruiti con indici di riferimento che sottostimano proprio l’incremento dell’inflazione importata.

Basterebbero queste poche considerazioni per rivalutare meccanismi, ormai relegati al passato remoto, come la scala mobile, che quasi nessuno osa più nominare se non per scongiurare, attraverso l’evocazione del suo “spettro”, il rischio di una spirale aumento dei prezzi/rincorsa dei salari (come ha fatto il Governatore di Bankitalia). Un modo elegante per dire che i costi della crisi vanno sopportati dalla parte più debole della società, come affermano da decenni quelli che la lotta di classe la fanno sul serio e l’hanno vinta, cioè i ricchi (parafrasando il titolo di un saggio di Marco Revelli). Certo, in una situazione di alta inflazione e crescita zero (stagflazione), qualche problema l’avranno pure i percettori di profitti, che vedranno ridursi i loro margini; per loro fortuna, peraltro, un bel po’ di grasso l’hanno accumulato negli anni scorsi, come testimonia l’indagine che discende dal Global Dividend Index, che analizza l’andamento dei dividendi distribuiti dalle prime 1200 società del mondo quotate in Borsa. L’indagine preconizza che nel 2022 i dividendi ammonteranno a più di 1560 mld di dollari, con un incremento dell’8,3% sull’anno precedente, trainati, guarda un po’, dai forti profitti realizzati nei settori del gas e del petrolio. In Italia la situazione dei rentiers è un po’ meno positiva, per effetto di alcuni elementi congiunturali, per cui si è passati da circa 4 miliardi di dividendi distribuiti nel 2021 a un po’ meno di 3 previsti per il 2022.  Bisogna però essere matti per tradurre questo dato in un concetto redistributivo. Per individuare una reale tendenza redistributiva dalla rendita al lavoro, conviene aspettare la prossima vita.

Se volgiamo lo sguardo ai prossimi anni, peraltro, non è facile immaginare scenari più tranquilli. Tutt’altro. Qui l’elemento di maggiore novità – che assomiglia ad una restaurazione – proviene dall’Europa. All’inizio di novembre la Commissione Europea ha presentato le linee guida per la riscrittura del Patto di stabilità e crescita, che era stato sospeso nel 2020, nel pieno della vicenda pandemica. Si era arrivati a questa decisione sulla base della constatazione che i parametri di riferimento lì contenuti per le scelte di bilancio degli Stati membri (non superamento del deficit pubblico del 3% del PIL su base annua e riduzione del debito pubblico di 1/20 annuo del debito eccedente il rapporto debito/PIL fissato al 60%) erano troppo rigidi in una fase di crisi così acuta come quella determinata dalla pandemia. A questo si affiancava la scelta di dotarsi del Recovery Plan, che destinava somme ingenti, finanziate con debito europeo comune, per un forte rilancio degli investimenti. Tale doppio passo venne letto, quasi unanimemente, come una vera svolta per l’Europa, l’inaugurazione di un nuovo ciclo che finalmente fuoriuscisse dalla logica dell’ austerità e puntasse al rilancio di una reale prospettiva di unità europea su basi avanzate. In pochi diedero una lettura diversa: quella dell’insostenibilità delle politiche neoliberiste dentro la profondità della crisi, le quali tuttavia, senza la proposizione di un modello realmente alternativo, sarebbero state solo una parentesi necessaria, in attesa di tornare all’ancien regime appena la situazione fosse “migliorata”. Ebbene, le linee guida avanzate per il nuovo Patto di stabilità e crescita, che dovrebbe rientrare in funzione dal 2024, sembrano costituire una conferma palmare di questa seconda ipotesi. Esse non ripropongono più in modo rigido ed automatico i parametri su deficit e debito (che però rimangono come punti di riferimento), ma si basano su una negoziazione tra singoli Stati e Commissione Europea sulla base di Piani di durata quadriennale o maggiore, che assumono come centrale il rientro dal debito, prevedendo come “variabile di controllo” l’andamento – cioè il contenimento – della spesa pubblica primaria (quella al netto della spesa per interessi, di componenti una tantum e di una non meglio identificata “componente ciclica”). Ora, basta guardare a ciò che è successo negli ultimi anni, quelli caratterizzati dalla pandemia, per rendersi conto di come questa ricetta si tramuterà in un forte ridimensionamento della spesa sociale, quella per sanità, istruzione e previdenza. Non a caso i “segnali” della manovra di bilancio vanno già in questa direzione: infatti, nel triennio 2020-2022, la spesa primaria italiana è cresciuta dell’1,53% rispetto al PIL, la percentuale più alta in Europa, se si eccettua la Lituania, dove essa si è incrementata del 2%.

Caduta dei salari e riduzione della spesa sociale disegnano uno scenario per cui continueranno e si intensificheranno le politiche di austerità, intervenendo in modo massiccio sui lavoratori e sui ceti più deboli. Non è difficile ipotizzare che, in questo contesto, anche il galleggiamento della destra arrivi al capolinea. Anch’essa si troverà stretta tra l’incudine di scelte economico sociali ancora più impopolari e il martello della denuncia verso un’ Europa “matrigna” (con il paradosso, però, di condividere quell’impianto, che ha fatto dilagare le spinte nazionalistiche in tutto il vecchio continente). Invece occorrerà un progetto e una mobilitazione sociale costruite su contenuti radicalmente alternativi, a partire dal recupero di risorse dalla rendita e dei profitti, con una seria lotta all’evasione e una riforma fiscale basata su una reale progressività; basato sul ricorso ad un’adeguata imposizione patrimoniale, sul rilancio dell’intervento pubblico e dei Beni Comuni come volano per creare nuova occupazione e sviluppo, su una redistribuzione del reddito che favorisca i settori potenzialmente più colpiti dalla crisi. Coordinate di riferimento ben diverse da quelle di un’opposizione politica che, invece, alza i suoi toni in termini proporzionali alla mancanza di una visione alternativa. Visione che può nascere solo dal crescere e consolidarsi di un risveglio sociale e civile, del quale per ora si vedono alcuni presupposti ma che va costruito e rafforzato.

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Corrado Oddi

Attivista sociale. Si occupa in particolare di beni comuni, vocazione maturata anche in una lunga esperienza sindacale a tempo pieno, dal 1982 al 2014, ricoprendo diversi incarichi a Bologna e a livello nazionale nella CGIL. E’ stato tra i fondatori del Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua nel 2006 e tra i promotori dei referendum sull’acqua pubblica nel 2011, tema cui rimane particolarmente legato. Che, peraltro, non gli impedisce di interessarsi e scrivere sugli altri beni comuni, dall’ambiente all’energia, dal ciclo dei rifiuti alla conoscenza. E anche di economia politica, suo primo amore e oggetto di studio.

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Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

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