Skip to main content

Il ruolo delle carceri minorili in Italia

Delle violenze ai danni dei detenuti si sono registrate al carcere minorile Beccaria di Milano. Un carcere che ha una lunga storia e, al suo attivo, esperienze positive di custodia e di recupero della devianza minorile. Sembra che questo brillante passato sia stato clamorosamente dimenticato.

Allo stato attuale, il buon nome dell’Istituto è stato cancellato a favore di una situazione insostenibile caratterizzata da maltrattamenti e soprusi ai danni di persone non maggiorenni. La giovanissima età dei maltrattati acuisce la gravità della situazione, in quanto ai minori dovrebbe essere garantita la massima tutela e tutte le strategie possibili per il recupero e il reinserimento nella società civile, una volta scontata la pena.

I minori non hanno i diritti dei maggiorenni, ne hanno di più. Non possono votare, stipulare contratti dal notaio, però hanno una tutela rafforzata della personalità e delle manifestazioni del loro agire. Questo serve a garantire loro una crescita psicofisica sana ed equilibrata, un fondamentale diritto della persona umana che viene loro riconosciuto, insieme a molti altri diritti.

L’inchiesta che si è svolta al Beccaria ha portato a 21 misure cautelari. Tredici agenti della Polizia penitenziaria sono stati arrestati, per altri otto il giudice per le indagini preliminari ha disposto la sospensione. Sui detenuti ci sarebbero state inaudite violenze. Pestaggi con bastoni ai danni di ragazzi ammanettati con le mani dietro la schiena. Per picchiare sarebbero stati utilizzati metodi tali da non lasciare il segno, come ad esempio dei sacchetti di sabbia.

Secondo la Procura, “emergono profili rilevanti di omessa vigilanza da parte del personale rispetto a plurimi episodi violenti anche di natura sessuale accaduti fra i detenuti all’interno delle celle, con una frequenza temporale particolarmente significativa”.

Da quando a settembre 2023 è entrato in vigore il decreto Caivano, ci sono più minori nelle carceri, anche se il numero di reati è il medesimo dell’anno precedente, inoltre un numero maggiore di ragazzi che hanno appena compiuto diciott’anni sta scontando la misura cautelare nelle carceri per adulti, cosa diseducativa. Le misure cautelari personali consistono in limitazioni della libertà personale e sono disposte da un giudice nella fase delle indagini preliminari o nella fase processuale.

Il decreto Caivano, cosiddetto perché concepito come risposta agli episodi di criminalità minorile registratisi nel comune campano, è in realtà il DECRETO-LEGGE del 15/09/2023, n. 123. Nel decreto si introducono alcune novità che riguardano il trattamento della delinquenza minorile. Tra queste si trova il cosiddetto daspo urbano, definito dalla legge come “misura a tutela del decoro di particolari luoghi”.

In pratica, un sindaco (con il prefetto) può multare e stabilire un divieto di accesso ad alcune aree urbane per chi “ponga in essere condotte che limitano la libera accessibilità e fruizione” a importanti infrastrutture quali strade, piazze, ferrovie e aeroporti. In base al provvedimento, la notifica del divieto verrà fatta ai genitori o a chi esercita la patria potestà. La comunicazione verrà inoltre trasmessa al Procuratore presso il tribunale del luogo di residenza del minore.

L’obiettivo dichiarato del Daspo è quello di difendere la “sicurezza urbana”, e di contribuire alla “vivibilità e al decoro delle città, da conseguire anche attraverso il contributo degli enti territoriali attraverso i seguenti interventi: riqualificazione e recupero delle aree o dei siti più degradati, eliminazione dei fattori di marginalità e di esclusione sociale, prevenzione della criminalità – in particolare di tipo predatorio – , promozione del rispetto della legalità, più elevati livelli di coesione sociale e convivenza civile” (cfr. art 4 D.L. 14/17).

Il decreto introduce altre novità, ne riporto alcune:

  • La pena massima del divieto di rientro nei comuni da cui si è stati allontanati aumenta di un anno, mentre passa da nove a sei anni il limite temporale per la custodia cautelare, che riguarda sia gli indagati sia gli imputati minorenni.
  • Le pene di durata non superiore ai cinque anni, durante le cui indagini il Pubblico Ministero potrà optare per un percorso rieducativo o la messa in prova, passano da uno a sei mesi.
  • Aumenta da tre a quattro anni la pena nel caso di porto non giustificato di armi o di strumenti atti ad offendere, mentre la soglia edittale per il traffico e la detenzione di sostanze stupefacenti è compresa da un minimo di un anno ad un massimo di cinque.
  • Nei casi di associazione mafiosa o associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti, il Tribunale, su richiesta del Pubblico Ministero, potrà revocare la patria potestà dei genitori.
  • Per soggetti di età superiore ai quattordici anni, il Questore potrà proporre all’Autorità giudiziaria il divieto dell’utilizzo di telefoni cellulari o altri dispositivi per le comunicazioni, qualora possano servire per condividere le condotte contestate.
  • Per evitare l’abbandono scolastico, le famiglie saranno ritenute responsabili per le assenze ingiustificate e possono rischiare fino a due anni di reclusione.

Detto che un reato è un reato e come tale vada definito e riconosciuto, credo che esistano alcune considerazioni che fanno riflettere. Il percorso in carcere, in modo particolare per i soggetti minorenni, deve essere rieducativo, cioè deve lavorare per il riconoscimento dell’errore e la messa in essere di tutte le strategie che permettano al ragazzo/a, una volta uscito dal carcere, il reinserimento nella società civile.

Se questo non succede, il sistema non funziona e il processo di accompagnamento va ripensato e organizzato. Se a ciò si aggiungono violenze e maltrattamenti in carcere, non solo il processo educativo va ripensato, ma va implementato ex novo. Non esiste infatti alcun tipo di educazione associabile alla violenza e ai maltrattamenti.

Qualunque pedagogista è in grado di spiegare questo con dovizia di teorie ed esempi concreti. Ciascuno di noi sa che per insegnare qualcosa ad altri, la strategia migliore è quella dell’esempio, dimostrare con comportamenti concreti quanto si può ottenere semplicemente intraprendendo uno stile di vita che si ispira all’eticità delle azioni quotidiane.

È attraverso l’esempio concreto e buone relazioni improntate alla fiducia reciproca, che si rieducano le persone. Chi non ha chiaro questo non deve fare l’educatore perché, molto pragmaticamente, non lo sa fare. Ed è buona cosa che uno stato che si vuole definire civile affidi percorsi educativi e rieducativi a persone e istituzioni competenti.

Se questo non succede le istituzioni dello stato vanno ripensate. In tale consapevolezza non c’entra alcuna appartenenza politica, se non una condivisione d’intenti che si basa sull’adesione alle carte costituzionali e a quelle dei diritti degli esseri umani e dei minori (ancor di più).

Ridare una vita normale alla persona che è stata in carcere e ha scontato la pena, è una missione sociale importante che viene spesso disattesa. Chi ha sbagliato è condannato in eterno a portare lo stigma dell’ex detenuto, di colui che non può più essere come gli altri. Sfido chiunque a sostenere che questo è giusto.

Maltrattare minorenni reclusi non ha alcuna giustificazione, non ce l’ha nemmeno se le carceri sono sovraffollate e quindi le persone che là vivono si trovano in uno stato di acuita insofferenza; non ce l’ha nemmeno se chi è a diretto contatto con l’utenza non è preparato per farlo e si arrabatta come può per arrivare a fine giornata e portare a casa lo stipendio.

Esistono persone “normali” che pensano che uno stipendio giustifichi dei maltrattamenti sui minori? Meglio che cambino lavoro, ci sono molte aziende di produzione che cercano operai e non riescono a trovarli. Mi chiedo se aldilà di quello che hanno registrato le telecamere del Beccaria, i fenomeni di maltrattamento delle persone in carcere non siano più diffusi di quel che pensiamo e se tali brutti eventi non riguardino spesso proprio i minori. I dati che abbiamo a disposizione non sono affatto confortanti in questo senso.

Secondo il VII Rapporto di Antigone sulla giustizia minorile pubblicato a metà febbraio 2024, erano 10 anni che non si raggiungeva quota 500 minori detenuti nei 17 Istituti penali per minorenni italiani. Gli ingressi sono in netto aumento. Erano stati 835 nel 2021 e 1.143 nel 2023, la cifra del 2024 è la più alta degli ultimi quindici anni.

I ragazzi presenti negli IPM, gli Istituti Penali per i Minorenni, in misura cautelare erano 340 nel gennaio 2024, contro i 243 del gennaio 2023. Ma, contrariamente a quanto superficialmente si potrebbe pensare, la criminalità minorile è più o meno stabile. I dati forniti dall’Istat e dal Ministero dell’Interno relativi ai minorenni arrestati e/o indagati nel periodo 2010–2022, mostrano un picco nel 2015 seguito da un costante decremento.

Ciò che sembra aver fatto la differenza è quindi il decreto Caivano. Raddrizzare i giovani, far capire subito come funziona la legge e quanto costa aver sbagliato. Un approccio in contrasto con il nuovo codice di procedura penale entrato in vigore nel 1988, fondato sull’interesse superiore del minore.

Interesse superiore del minore significa che in ogni legge, provvedimento, iniziativa pubblica o privata e in ogni situazione problematica, l’interesse del minore deve avere una considerazione preminente. Già il sovraffollamento delle carceri è un cancro tipicamente italiano, che poi all’interno di tali istituzioni totalizzanti si verifichino situazioni di ripetuta violenza ai danni di detenuti, è cosa assai riprovevole.

Se poi i detenuti sono minori è davvero orribile.

Per leggere gli altri articoli di Catina Balotta su Periscopio clicca sul nome dell’autrice

tag:

Catina Balotta

Sociologa e valutatrice indipendente. Si occupa di politiche di welfare con una particolare attenzione al tema delle Pari Opportunità. Ha lavorato per alcuni dei più importanti enti pubblici italiani.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *


Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

Cari lettori,

dopo molti mesi di pensieri, ripensamenti, idee luminose e amletici dubbi, quello che vi trovate sotto gli occhi è il Nuovo Periscopio. Molto, forse troppo ardito, colorato, anticonvenzionale, diverso da tutti gli altri media in circolazione, in edicola o sul web.

Se già frequentate  queste pagine, se vi piace o almeno vi incuriosisce Periscopio, la sua nuova veste grafica e i nuovi contenuti vi faranno saltare di gioia. Non esiste in natura un quotidiano online con il coraggio e/o l’incoscienza di criticare e capovolgere l’impostazione classica di questo “giornale” .

Tanto che qualcuno si è chiesto se  i giornali ancora servono, se hanno ancora un ruolo e un senso i quotidiani.  Arrivano sempre “dopo la notizia”, mettono tutti lo stesso titolo in prima pagina, seguono diligentemente il pensiero unico e il potente di turno, ricalcano in fotocopia le solite sezioni interne: politica interna, esteri, cronaca, economia, sport… Anche le parole sembrano piene di polvere, perché il linguaggio giornalistico, invece di arricchirsi, si è impoverito.  Il vocabolario dei quotidiani registra e riproduce quello del sottobosco politico e della chiacchiera televisiva, oppure insegue inutilmente la grande nuvola confusa del web.

Periscopio propone un nuovo modo di essere giornale, di fare informazione. di accostare Alto e Basso, di rapportarsi al proprio pubblico. Rompe compartimenti stagni delle sezioni tradizionali di quotidiani. Accoglie e riconosce uguale dignità a tutti i generi e a tutti linguaggi: così in primo piano ci può essere una notizia, un commento, ma anche una poesia o una vignetta.  Abbandona la rincorsa allo scoop, all’intervista esclusiva, alla firma illustre, proponendo quella che abbiamo chiamato “informazione verticale”: entrare cioè nelle  “cose che accadono fuori e dentro di noi”, denunciare Il Vecchio che resiste e raccontare Il Nuovo che germoglia; stare dalla parte dei diritti e denunciare la diseguaglianza che cresce in Italia e nel mondo. Insomma: un giornale non rivolto a questo o a quel salotto, ma realmente al servizio della comunità.

Con il quotidiano di ieri – così si diceva – oggi “ci si incarta il pesce”. Non Periscopio, la sua “informazione verticale” non invecchia mai e dal nostro archivio di  50.000 articoli (disponibile gratuitamente) si pescano continuamente contenuti utili per integrare le ultime notizie uscite. Non troverete mai, come succede in quasi tutti i quotidiani on line,  le prime tre righe dell’articolo in chiaro… e una piccola tassa per poter leggere tutto il resto.

Sembra una frase retorica ma non lo è: “Periscopio è un giornale senza padrini e senza padroni”. Siamo orgogliosamente antifascisti, pacifisti, nonviolenti, femministi, ambientalisti. Crediamo nella Sinistra (anche se la Sinistra non crede più a se stessa), ma non apparteniamo a nessuna casa politica, non fiancheggiamo nessun partito e nessun leader. Anzi, diffidiamo dei leader e dei capipopolo, perfino degli eroi. Non ci piacciono i muri, quelli materiali come  quelli immateriali, frutto del pregiudizio e dell’egoismo. Ci piace “il popolo” (quello scritto in Costituzione) e vorremmo cancellare “la nazione”, premessa di ogni guerra e di ogni violenza.

Periscopio è quindi un giornale popolare, non nazionalpopolare. Un quotidiano “generalista”,  scritto per essere letto da tutti (“quelli che hanno letto milioni di libri o che non sanno nemmeno parlare” F. De Gregori), da tutti quelli che coltivano la curiosità, e non dalle élite, dai circoli degli addetti ai lavori, dagli intellettuali del vuoto e della chiacchiera.

La redazione e gli oltre 50 collaboratori scrivono e confezionano Periscopio  a titolo assolutamente volontario; lo fanno perché credono nel progetto del giornale e nel valore di una informazione diversa. Per questa ragione il giornale è sostenuto da una associazione di volontariato senza fini di lucro. I lettori – sostenitori, fanno parte a tutti gli effetti di una famiglia volonterosa e partecipata a garanzia di una gestitone collettiva e democratica del quotidiano che si finanzia, quindi vive, grazie ai liberi contributi dei suoi lettori, amici e sostenitori. Accetta e ospita sponsor ed inserzionisti solo socialmente, eticamente e culturalmente meritevoli.

Nato 10 anni fa con il nome Ferraraitalia già con una vocazione glocal, oggi il quotidiano è diventato Periscopio e naviga già in mare aperto, rivolgendosi a un pubblico nazionale e non solo. Non ci dimentichiamo però di Ferrara, la città che ospita la redazione e dove ogni giorno si fabbrica il giornale.  Ferraraitalia continua a vivere dentro Periscopio all’interno di una sezione speciale, una parte importante del tutto. 

Oggi Periscopio conta oltre 320.000 lettori, ma vuole crescere e farsi conoscere. Dipenderà da chi lo scrive ma soprattutto da chi lo legge e lo condivide con chi ancora non lo conosce. Per una volta, stare nella stessa barca può essere una avventura affascinante.  Buona navigazione a tutti.

Tutti i contenuti di Periscopio, salvo espressa indicazione, sono free. Possono essere liberamente stampati, diffusi e ripubblicati, indicando fonte, autore e data di pubblicazione su questo quotidiano.

Francesco Monini
direttore responsabile


Chi volesse chiedere informazioni sul nuovo progetto editoriale, può scrivere a: direttore@periscopionline.it