ACCORDI
Non s’ammazza così neanche un cane

Crime of the century (Supertramp, 1974)

L’uomo camminava incerto tra le macerie, era legato ai polsi e il suo carceriere lo seguiva puntandogli il kalashnikov alla nuca. L’uomo non pensava a nulla, solo a ciò che gli sarebbe accaduto di lì a poco.

Sapeva che la sua vita era alla fine, che non avrebbe più rivisto sua moglie e suo figlio. Sapeva che avrebbero gettato il suo corpo in una fossa comune e che non l’avrebbero più trovato.
Sapeva già tutto anche se nessuno gli aveva detto nulla.
In questa guerra maledetta se ti fanno prigioniero sei finito, e la cosa migliore che ti può capitare è quella d’essere ammazzato in fretta. Questo sapeva.

Ma lui era stato torturato.
I suoi aguzzini erano due ragazzi dell’età più o meno di suo figlio. Lo torturavano e se la ridevano tra loro mentre ascoltavano musica metal a tutto volume così da coprire le urla dell’uomo.
Per due giorni gli martoriarono le carni con un rasoio e con una tenaglia gli strapparono le unghie delle mani, poi passarono ai genitali colpendoli con un martello. L’uomo era svenuto più volte sopraffatto dal dolore, e ogni volta era stato svegliato con una doccia d’acqua gelida.
Non cercavano informazioni e non lo sottoposero ad alcun interrogatorio, la tortura non serviva a questo scopo, era solo uno sfogo d’odio, nulla di più di questo.

Trascorsi i due giorni le torture cessarono: un soldato anziano era entrato nella stanza e, dopo averlo squadrato in silenzio, aveva ordinato loro di smetterla.
I suoi carcerieri non volevano che morisse al chiuso di una camera della tortura per un banale infarto: la sua morte doveva essere pubblica e la sua esecuzione doveva servire da esempio e da monito per i nemici.

L’uomo camminava verso il suo patibolo e lo sapeva. Ciò che non sapeva era come sarebbe morto, del resto gl’importava poco, sperava solo che fosse una cosa rapida…

Biondo, occhi azzurri, ad appena sedici anni ti ha già superato in altezza. Somiglia a sua madre ed è un bravo ragazzo. Ancora non sa bene cosa vuol fare ma gli piace lavorare il legno, e magari potrebbe darti una mano in bottega quando tornerai… però non tornerai.
Ma lui e sua madre sono al sicuro oltre confine e per te questa è l’unica cosa che conta.

Da quando ti hanno catturato non hai mai chiesto pietà. Non è stato per l’onore o per stupido orgoglio, è stato per un semplice senso di pudore. Hai ammazzato tanti uomini senza nemmeno sapere chi erano, se avevano figli, genitori o mogli. Erano semplici nemici e questo t’è bastato.
In guerra uccidere è normale, è come prendere l’autobus per andare a lavorare. È necessario, punto!
E nel conto ci metti pure la tua morte. Lo sapevi quando hai accettato di andare a combattere in una terra non tua. Conoscevi il rischio.

T’hanno convinto perché dicevano che la tua stessa famiglia era in pericolo, che se non fossi andato tu a casa del nemico sarebbe venuto lui da te a violentare tua moglie e ammazzare tuo figlio. Questo dicevano.
T’hanno insegnato un odio che non avevi, più efficace di qualunque arma.
E ora, a un passo dalla morte, hai perso tutto: le armi, il coraggio, persino l’odio per i tuoi carnefici.

“T’ammazzeremo come un cane!” Era la prima volta che gli rivolgevano la parola.
Si erano sempre limitati a guardarlo parlando tra loro, a maltrattarlo, a torturarlo. Lui leggeva il loro disprezzo e non ricambiava.

L’uomo arrivò in un grande spiazzo circondato da case semidistrutte, con un calcio sopra il polpaccio il suo carceriere lo bloccò facendolo inginocchiare. Altri tre uomini lo sdraiarono a terra legandogli polsi e caviglie con delle funi collegate a due argani…

Schiena a terra e occhi al cielo. È la prima volta dopo tanti giorni passati legato a una sedia che ti senti quasi comodo. Le ferite sparse in tutto il corpo bruciano ma, in qualche modo, il freddo ne affievolisce il dolore. Resta il tempo di guardare le nuvole grigie che si trasformano nei volti di tua moglie e di tuo figlio. Ti sorridono.
Scopri che almeno per loro sei stata una brava persona. Scopri che almeno per loro è valsa la pena d’aver vissuto. Scopri che la cosa più bella che hai provato è stato l’amore ricambiato.
E ora i tuoi nemici ti augurano l’inferno senza sapere che dall’inferno, finalmente, ti stanno liberando. Così guardi il cielo, sorridi e chiudi gli occhi.

I carnefici azionarono gli argani elettrici e le funi si tesero velocemente divaricando e distendendo le gambe e le braccia dell’uomo. Pochi secondi e tutti gli arti s’allungarono fino a dislocarsi, muscoli e tendini si strapparono, la pelle si lacerò. Pochi secondi e, con uno schiocco sordo, braccia e gambe si staccarono dal tronco.

Ma lo spettacolo riesce a metà: nessuno dei carnefici presenti sentì l’uomo urlare.
Lui era già morto prima che le macchine lo smembrassero. E sul suo volto non videro nessuna smorfia di terrore, solo un sorriso.

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Accordi /
Il breve sabato di Nick Drake

 

L’abbiamo sperimentato tutti, tante volte.  L’attesa per qualcosa che deve accadere – sia essa un incontro o la prossima vacanza – è quasi sempre più bella e ricca di quanto poi ci si ritrova a vivere realmente. Insomma il sabato, con la sua aspettativa del dì di festa, è molto meglio della domenica.

Anche per questo, la donzelletta che vien dalla campagna di leopardiana memoria, si è incamminata infinite volte con il suo fascio d’erba. Perché, come in un racconto di Borges: la reinterpretazione di un concetto vecchio quanto il mondo è capace di generare ancora poesia.

E quella che vorrei qui ricordare, mi rimanda ad un negozio di dischi sotto la torre dell’orologio a Ferrara, sul finire degli anni Settanta. Un negozio che non esiste più, come Nick Drake, l’autore di questa ennesima rilettura del Sabato del villaggio.
Quarant’anni fa mi capitò tra le mani “Five leaves left”, un rimasuglio di magazzino, invenduto, come, allora, tutti e tre i dischi di questo cantautore inglese. Ne avevo letto anni prima una entusiastica recensione su  Musak, la rivista alternativa fondata da Gaime Pintor, il figlio del più famoso Luigi Pintor. Oltretutto il vecchio long playing  era ad un prezzo scontato e per uno studente come me, la cosa non era indifferente.

Dieci stupende tracce, con quell’ultima perla “Saturday sun”, il cui testo avevo in parte colto, anche con la mia scarsa conoscenza dell’inglese.

Saturday sun came early one morning        
In a sky so clear and blue                              

Il sole del sabato è arrivato presto una mattina
in un cielo così limpido e azzurro

Fu un amore al primo ascolto. Un amore travolgente come tutte le passioni giovanili.
Volevo ascoltare altri dischi di Drake, ma in giro non si trovava nulla. Sembrava che il nostro non esistesse proprio: nessun Lp, nessuna notizia. Vuoto assoluto. Poi, per caso, citato in un articolo sui cantautori inglesi degli anni Settanta, la tragica notizia: Nick era morto, nella notte del 24 novembre 1974. Ucciso dal male oscuro. Un’overdose di antidepressivi, non si sa se assunti consapevolmente o meno, se l’era portato via.

Parecchi anni dopo, Stefano Pistolini, noto critico musicale, ne aveva scritto. Un libro a metà tra l’indagine e l’autobiografia: Le provenienze dell’amore. Vita, morte e post-mortem di un cantautore inglese misconosciuto, molto sexy, rieditato, con un nuovo capitolo, qualche anno fa.
Leggendolo, mi ci ero specchiato. La donzelletta era arrivata al capolinea, come i versi finali della canzone di Nick:

but Saturday sun has turned to Sunday’s rain 

ma il sole del sabato si è trasformato nella pioggia della domenica.

 

ACCORDI /
The Car, il soul cinematografico degli Arctic Monkeys

 

Può bastare un disco a sublimare un’intera carriera? È difficile rispondere a una domanda del genere poiché bisogna tener conto dell’artista, del periodo storico, delle aspettative del pubblico e di tanti altri fattori sui quali non abbiamo alcun controllo. Tuttavia, me lo sono chiesto più e più volte dopo aver ascoltato The Car, il settimo disco degli Arctic Monkeys, uscito pochi giorni fa. Il motivo? Sin dalle prime tracce, ho avuto l’impressione di assistere all’ultimo stadio di un’evoluzione lenta e costante.

È come se, dopo l’ammiccante lounge-pop di Tranquility Base Hotel & Casino (2018), la band inglese si fosse spinta ancora un po’ più in là, facendo sue quelle atmosfere noir che il cantante Alex Turner padroneggia sin dalla nascita del progetto Last Shadow Puppets. Non a caso, The Car è un disco che va di pari passo con la voce dello stesso Turner: elegante, suadente e puntuale, con quell’accento squisitamente britannico e un’interpretazione piaciona da crooner d’altri tempi.

Gli arrangiamenti orchestrali e le linee di synth si affiancano alla sezione ritmica, allontanando ancor di più gli Arctic Monkeys dal loro punto di partenza, cioè lo sferragliante garage-rock della prima metà degli anni 2000. Una scelta, questa, in controtendenza con l’attuale revival chitarristico, e che, a ben guardare, somiglia più a un’urgenza espressiva che a un’attenta selezione stilistica.

Insomma, il soul cinematografico di The Car è un’irresistibile mosca bianca nell’industria musicale del 2022: d’altronde, un album che suona come un romanzo di Raymond Chandler o una commedia di Billy Wilder non può passare inosservato, men che meno se a realizzarlo è una band matura e dalle idee chiare. Una band che col suo settimo disco dà un’ulteriore sterzata alla sua carriera. Ed è una sterzata che, in un modo o nell’altro, ci ricorderemo per un bel po’.

ACCORDI
Il sogno di mio padre

This Guy’s in Love with You (Burt Bacharach, 1968)

Burt Bacharach mi accompagna spesso nelle mie faccende domestiche, non c’è musica migliore per rilassarsi e abbandonarsi ai ricordi. Come questo di qualche tempo fa…

Stavo sognando quando sentii bussare alla porta. Andai ad aprire, era mio padre!
Era ringiovanito, ben vestito, con una camicia bianca e una giacca di lino beige. E mi sorrideva.
Io lo guardai senza riuscire a dire una parola, quanto tempo era passato…
Poi pensai: “E’ vero, è soltanto un sogno!”
Lo feci entrare, lui mi guardava divertito e insieme andammo in cucina.

Così continuai a fare quello che stavo sognando – in effetti è difficile ricordarsi i sogni – comunque sì: stavo pelando delle pesche mature, le avrei poi affettate per farci la macedonia.
Adoro le pesche. Avete presente quando una pesca è matura al punto che riesci a pelarla con le dita?

Mio padre stava in piedi di fianco a me e osservava l’operazione, poi disse: “Devono essere dolci e pure buone, quasi quasi ne mangerei una.”
“Tieni papà!” gli allungai quella che avevo appena finito di pelare.

La prese, la guardò con ammirazione, e con un sorriso affettuoso sentenziò: “La pesca, quando è matura, è il frutto più buono di tutti!”, poi iniziò a mangiarla di gusto, come se non mangiasse da anni. Ventidue anni, per la precisione, da quando se n’era andato.
Ben tornato papà… Quanto avrei voluto dormire ancora!

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ACCORDI
Spaghetti al pomodoro

A Long December (Counting Crows, 1996)

Spaghetti al pomodoro
Sulle note dei Counting Crows ho appena preso una cipolla quando K entra in cucina e mi fa «Spero sia tropea, ne basta mezza.»
«Certo certo, naturalmente!» rispondo subito.
Viviamo insieme da dieci anni, io e K, e ogni volta che mi metto ai fornelli arriva lui a controllare che faccia tutto per bene, come se non sapessi come si fa un banale sugo al pomodoro.
Allora, taglio a pezzetti sottili la mia mezza tropea, la metto in padella, ci verso l’olio…
«Alt, è extravergine spero!»
«Ovvio, è da una vita che usiamo solo quello!» faccio io.
Quindi inizio a soffriggere e…
«Mi raccomando, basta un’indorata!»
«Un’indoche?» faccio un sospiro «Sì dai che ho capito.»
Abbasso la fiamma e butto il pomodoro nel soffritto.
«Hai usato i pezzettoni? Lo sai che sono meglio della passata.»
«Ceeerto che ho usato quelli, che ti credi?», altro sospiro.
Inizio a mescolare e…
«Ricordati il dado vegetale!» insiste di nuovo. Usare il dado era stata un’invenzione di Viki.
«Senti, vuoi farlo tu?» rispondo io porgendogli il dado che avevo appena scartato «Se vuoi accomodati!»
«Ok, non parlo più.» dice lui sistemandosi in un angolo tra la tavola e il frigorifero.
Finalmente concludo la mia preparazione senza ulteriori interventi di K. Rimescolo il tutto a fiamma lenta finché il dado non s’è completamente sciolto, nel frattempo m’accorgo che l’acqua nella pentola sul fornello a fianco ha iniziato a bollire, così ci verso gli spaghetti, regolo il timer a undici minuti, metto il fuoco del sugo al minimo e aspetto.

In effetti K non ha mai parlato, ma mi piace pensare che lo faccia. Lui si limita a guardarmi con interesse, qualsiasi cosa faccio. Lo fa da sempre, lo faceva anche con Viki.
Viki manca come l’aria, a tutti e due. Da quando non c’è più, K ha preso il suo posto sul divano: sente ancora il suo profumo sul cuscino.
Ogni giorno K mi ricorda di Viki, di quando lei tornò una sera con un caldo batuffolo di pelo in braccio e me lo porse dicendomi “Ecco questo è K, è un maschietto e starà con noi per tanto tempo spero.”

“Viki, amore, K è sempre qui mentre tu te ne sei andata. Curiosa la vita eh?”

Sento squillare: la pasta è pronta!
Butto gli spaghetti nello scolapasta in una nuvola di vapore, li verso nella padella del sugo e li mescolo per bene, per finire aggiungo tre foglioline di basilico.
K esclama «Evviva si mangia!»
Ovviamente lo dice senza parlare: scodinzola e si lecca i baffi, gli occhi gli brillano di gioia.
Non ci vuole molto per capire K e quelli come lui, chi ama un cane lo sa bene.
Porto la padella in tavola, una bella spolverata di parmigiano e… buon appetito!

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ACCORDI
Il surfista

The Same (The Smile, 2022)

Il surfista

Come il surfista cavalca le onde, io cavalcavo i miei sogni e ogni volta approdavo alla riva – alla vita – e, dopo ogni risveglio, raccontavo nuove storie rubate alle onde della notte, vantandomi.

Così una notte accadde che persi l’orizzonte e non ritrovai più la riva. Le onde avevano vinto e vissi l’esilio del sonno eterno, confinato nei miei sogni per sempre e per sempre condannato a riviverne le stranezze senza più voce per raccontarle.

Quale castigo possa esser più crudele e terribile per chi è nato per raccontare se non quello d’esser ridotto a muto prigioniero delle proprie storie?

Da quella notte i sogni s’ammucchiano nella mente come animali morenti le cui carcasse infettano ogni mia idea. Tutto resta paralizzato e lentamente decade nell’oblio… le mie storie come me stesso.

E da quella notte, come un surfista, cavalco le onde in un mare di nulla.

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Un posto segreto
…un racconto

Un posto segreto
Un racconto di Carlo Tassi

Esiste un posto che non ho mai detto.
Esiste da quando quella volta decisi d’andar dietro a un sogno. Perché erano tante notti che veniva a trovarmi.

Ogni notte, puntuale, sentivo bussare alla finestra della mia cameretta. L’orologio alla parete segnava le tre e trentatré, e lui compariva dal buio oltre il vetro, e mi guardava senza far nulla. Io mi nascondevo sotto coperte e lenzuola e aspettavo che se ne andasse. Ero paralizzato dalla paura, non l’avevo mai visto in faccia ma vedevo la sua ombra, fuori nell’oscurità, e mi terrorizzava.
Poi, una notte, lo sentii singhiozzare. Era un pianto sommesso, discreto. E quando mi decisi a sbirciare da sotto il lenzuolo, quando ne alzai un lembo e provai a guardare verso la finestra, lui non c’era più.

La mattina seguente, mia madre entrò nella cameretta per svegliarmi e intravide qualcosa sul davanzale della finestra. Aprì le imposte e scoprì un piccolo fiore spuntare da una fessura della pietra. Era un gelsomino giallo, nato, non so come, proprio quella notte appena passata.
Quando me lo fece vedere, pensai fosse stato lui a lasciarlo, pensai che era un segno d’amicizia. Forse non era cattivo, forse m’ero sbagliato, e quel fiore era nato dalle sue lacrime.

Giunse un’altra notte e restai sveglio ad aspettarlo, volevo conoscerlo, scusarmi e ringraziarlo.
Mia madre aveva piantato il fiore con tutte le radici in un vaso, ci aveva messo della terra morbida e l’aveva innaffiata. Il vaso col fiore era sul davanzale, e io mi misi alla finestra, sperando che il mio visitatore misterioso tornasse a trovarmi. Aspettai tutta la notte fino al mattino, ma non venne. Feci altrettanto la notte dopo, e quella dopo ancora. Ma non venne mai, non venne più.

Passarono i giorni, e i giorni divennero settimane, così mi decisi: una sera aprii la finestra, presi il vaso – incredibilmente il piccolo fiore era diventato una bella pianta di gelsomini gialli e profumati – e lo posai sul comodino, poi mi coricai a letto e m’addormentai.
Alle tre e trentatré sentii bussare alla finestra. Era lui. Era tornato!
Misi da parte la paura, mi alzai dal letto, andai alla finestra e finalmente lo vidi.
Emerse dall’oscurità, era il mio sogno: un bambino uguale a me, e mi sorrideva.
Poi mi prese la mano e m’invitò a seguirlo.

Abbandonammo la mia cameretta uscendo dalla finestra. Non facemmo alcun rumore, proprio come due creature dell’oscurità. E l’oscurità non era affatto terribile come avevo sempre creduto.
Finimmo sul greto d’un torrente in mezzo al bosco. Attorno a noi c’erano gli abitanti della notte. Tutti quegli esseri che avevo sempre temuto e guardato con sospetto. Erano vicinissimi, illuminati dalla luna piena. E tutti ad accoglierci in pace.
Così falene, pipistrelli, gufi, volpi, grilli, lepri, donnole, gatti, marmotte, ricci, civette, toporagni, lupi e tanti altri esseri ancor più strani e misteriosi apparvero dal nulla e s’affollarono tutt’intorno incuriositi, quasi fossero folletti.
E per la verità – ora lo posso dire con certezza – erano proprio folletti!
Esatto cari miei. I folletti esistono per davvero. Vivono nei sogni dei bambini e degli stessi animali, ne hanno tutto l’aspetto. E oggi, ogni animale è mio amico, così come ogni creatura dei sogni, perché è proprio grazie a loro che tanti anni fa ho vinto la paura del buio.

Tornando a quella notte, quell’unica notte, rimasi a lungo nel bosco in compagnia delle sue fantastiche creature. Tanto a lungo che poi m’addormentai di nuovo.
Più tardi, al mattino, mia madre entrò nella cameretta e mi svegliò. S’era accorta che sul davanzale della finestra mancava la pianta di gelsomino e mi chiese dov’era finita. Io le risposi che non lo sapevo, e lei, poco convinta, la cercò in ogni angolo della stanza senza trovarla. Alla fine si rassegnò e uscì dandomi un’occhiataccia.

In fondo cosa avrei dovuto dirle? Che l’avevo lasciata in un posto segreto, sul letto di un torrente in mezzo al bosco, lontano miglia e miglia da casa?

Somewhere Only We Know (Keane, 2004)

Videoracconto letto da Alessandra Arlotti

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Avevo una macchinina di gomma rossa
…un racconto

Avevo una macchinina di gomma rossa
Un racconto di Carlo Tassi

Estate 1970. Unghie sporche di terra, ginocchia sbucciate, solchi sulla sabbia, tracce nella memoria.
Nelle mie mani di bambino una macchinina di gomma rossa rombava e sfrecciava tra le dita, nelle strade della fantasia. Sul vetro del finestrino posteriore disegnavo traiettorie verticali. La macchinina indistruttibile, inarrestabile, seguiva la rotta delle nuvole di fuori, mentre mio padre guidava verso il lago con mia madre al suo fianco, sempre. Con me, dietro, mia sorella e mia nonna che parlavano di cose lontanissime.
Intanto la macchinina rossa perlustrava le fessure tra le valigie, nel vano portabagagli, e poi tra le cuciture dei sedili, tra le pieghe della sottana di mia nonna…
Ogni angolo era un mondo da esplorare. Minuscoli omini immaginari uscivano dalla macchinina per entrare tra quelle fessure misteriose, tra i bagagli sovrapposti, come i fitti palazzi di una metropoli sconosciuta. Un micro mondo più vasto del mondo stesso, un mondo senza confini. Mentre Garda s’avvicinava creando nuove visioni, nuove aspettative, dopo un anno di attese.
La vacanza sul lago era lì, pronta per iniziare. E a quella s’aggiungeva il mio mondo stupefacente di bambino, che allargava gli orizzonti all’infinito.
No, gli adulti non potevano capire, ma che importava?
La macchinina rossa andava dappertutto e oltre, e io viaggiavo con lei, nella 124 nuova fiammante di mio padre, azzurrina e luccicante sotto il grande sole d’agosto, veloce e invincibile sulla strada per il lago. Un’astronave ammiraglia che ci portava a destinazione e mio padre che guidava silenzioso. Lui era il mio gigante buono che tracciava la rotta, ed era gioia pura.

A Salty Dog (Procol Harum, 1969)

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ACCORDI /
Gli Interpol e le luci del nuovo millennio

È l’autunno del 2001, e i riflettori di gran parte del mondo sono puntati su New York e sul World Trade Center. A circa 100 chilometri dalla “città che non dorme mai”, una band newyorchese dal nome piuttosto insolito – Interpol, come l’organizzazione internazionale di polizia – è intenta a registrare il suo disco d’esordio, che di lì a breve ridisegnerà i canoni dell’indie-rock.

Così, l’intimità dei Tarquin Studios di Bridgeport dà vita al crepuscolare Turn on the Bright Lights, nel quale gli innumerevoli riferimenti alla new wave britannica di fine anni ‘70 – perlopiù Joy Division, Wire e Chameleons – si mischiano con l’inquietudine e la disillusione del nuovo millennio.

La personalità degli Interpol è evidente fin dall’inizio: il sound tagliente e le ritmiche sincopate si adeguano ai saliscendi emotivi dettati dalla voce baritonale di Paul Banks, il cui timbro aggiunge ulteriore drammaticità a delle liriche già di per sé piuttosto cupe. Ci sono infatti rimpianti, promesse e confessioni con cui fare i conti, nonché vecchie ossessioni che riaffiorano.

A far da contorno alle liriche dello stesso Banks c’è per l’appunto New York, città natale della band a cui è dedicata l’ipnotica e trasognante NYC, che, pur nella sua semplicità, racchiude in sé un sacco di sfumature che ne impreziosiscono l’ascolto. La chitarra di Daniel Kessler è infatti precisa ed efficace, e somiglia un po’ alla mano di Mario Brega in Bianco, Rosso e Verdone: può essere ferro, può essere piuma. Al pari delle melodie vocali, i suoi riff spigolosi e i suoi fraseggi eterei suggeriscono all’ascoltatore un’ampia gamma di sensazioni, come ad esempio nell’irrequieta Obstacle 1 o nell’affascinante cavalcata di Stella Was a Diver and She Was Always Down.

Ciò che rende ancor più espressiva la musica degli Interpol, e in particolare le due suddette canzoni, è l’intensità della sezione ritmica: il duo Fogarino-Dengler dà respiro alle melodie di Paul Banks e indirizza il sound di ciascun brano con la giusta dose di aggressività e sperimentazione.

Pubblicato dall’etichetta indipendente Matador il 20 agosto del 2002, Turn on the Bright Lights si è guadagnato fin da subito lo status di “classico del nuovo millennio”, influenzando migliaia di artisti in tutto il mondo e dando il via a un filone – quello del post-punk revival – che ha rimescolato le carte del rock chitarristico. Oggi, a vent’anni dalla sua pubblicazione, il responso di un’ipotetica prova del tempo non può che essere il seguente: è invecchiato, e continuerà a invecchiare, bene, come un buon vino rosso dai colori scuri e dal sapore intenso.

Il treno di Margherita
…un racconto

Il treno di Margherita
Un racconto di Carlo Tassi

Il sovrintendente passava sempre alla solita ora. Era un tipo preciso, pignolo, non ti guardava mai in faccia. Per lui eri merda, merda come tutti quelli che stavano sotto di lui.

Quel lunedì tre agosto gli uffici erano chiusi per ferie. Io ero stato chiamato all’ultimo momento per fare uno straordinario: mi dovevo occupare delle pratiche inevase di Margherita.
Margherita Cantelli aveva lavorato nell’ufficio a fianco al mio fino a tre giorni prima. Poi, venerdì mattina, aveva deciso di salutare tutti gettandosi sotto l’intercity per Bologna.

Margherita entra in stazione alle dieci e tre quarti circa. La stazione è affollata, molta gente è in viaggio per le vacanze. Margherita non ha bagagli, si ferma a dare un’occhiata al tabellone degli arrivi e delle partenze, sembra tranquilla, addirittura sorridente. Poi s’avvia spedita nel sottopasso. Sale la rampa, sbuca sulla banchina tra i binari quattro e cinque e resta in attesa. Ha pure il tempo di fumarsi un’intera sigaretta mentre aspetta sul bordo del quinto binario.
Una voce metallica gracchia dall’altoparlante: “Attenzione, allontanarsi dal binario cinque. L’intercity proveniente da Venezia e diretto a Firenze è in transito ad alta velocità!”
Un potente fischio in lontananza annuncia l’imminente arrivo del convoglio e in un attimo il treno sfreccia sul binario con un frastuono assordante. Tutta la stazione sembra tremare al suo passaggio mentre lo spostamento d’aria fa volare le cartacce lasciate per terra e le pagine d’un giornale dimenticato su una panchina. Il treno sembra non finire mai e la sua velocità è tale da non riuscire a distinguere le facce dietro i finestrini.
Poi, finalmente, l’enorme serpentone d’acciaio passa e s’allontana. La gente, all’apparenza indifferente, resta stordita per qualche secondo. Una bimba, in attesa di partire assieme a sua madre, guarda a terra e vede qualcosa d’insolito, sembra una biglia di vetro. La raccoglie. È morbida, calda, e le tinge la manina di rosso. La porge alla mamma. La donna riceve l’occhio azzurro rigato di sangue, lo fissa: un intero bulbo oculare, un macabro regalo dalle piccole mani innocenti della figlioletta. Grida inorridita.
Un secondo grido e un altro ancora. La gente si sporge dal bordo della banchina, guarda in basso, sulle rotaie del binario cinque. Un ragazzo di vent’anni si piega in avanti e vomita, un poliziotto sbuca dal sottopasso, accorre e chiama il collega sull’altra banchina, gli dice di far presto e di portare dei teli bianchi. Altri restano a guardare in silenzio, espressioni d’orrore e di disgusto nelle loro facce…

Margherita era bella, una mora con gli occhi d’uno splendido azzurro chiaro. Proprio bella!
Prima o poi le avrei chiesto d’uscire…
Il sovrintendente era brutto. Ma non solo brutto, era un fottutissimo stronzo. E per lui ogni occasione era buona per dimostrare a tutti quanto era fetente.
“Sortini, ha liberato la scrivania della Cantelli?” urlò alle mie spalle.
Ebbi un sussulto e mi girai. “Non ho ancora finito dottore…” risposi.
Il sovrintendente Soprani attraversò la porta dell’ufficio e mi si parò di fronte. “Si sbrighi! Non dorma come al solito!” sbraitò a due centimetri dal mio naso. “Tutta la roba della Cantelli dev’essere portata via e sistemata entro mezzogiorno! Sennò peggio per lei!”
Girò i tacchi e uscì, tronfio e impettito come al solito.
Io continuai il mio lavoro senza fiatare. Mi rimase appiccicata addosso quella sua alitosi fatta d’acetone, aglio marcio e fondi di caffè che mi rivoltava lo stomaco. Spalancai la finestra, tornai alla scrivania di Margherita, aprii i cassetti e tirai fuori tutto.
Elenchi, preventivi, contratti, schede di lavoro. Poi un sacchetto di caramelle, un gufetto di porcellana, due cornici con le foto di lei durante una vacanza di qualche anno prima. Guardai ancora una volta il suo sorriso incantevole e mi venne un groppo alla gola.
Mi chiedevo perché era successo. Se lo chiedevano tutti naturalmente.
In fondo all’ultimo cassetto trovai un libretto con la copertina celeste. Lo aprii, lo sfogliai: era un diario.
Non avrei dovuto ma iniziai a leggere. Magari c’era scritto qualcosa che potesse spiegare il suo gesto…
Magari…

Scorsi le pagine velocemente e mi soffermai sulle ultime.
Lessi: “Il maiale, m’ha toccata anche oggi. Ha avuto il coraggio di sorridermi e di dirmi di star tranquilla. Che tanto rimarrà un segreto tra di noi. Di non preoccuparmi, che, se faccio quello che mi chiede, poi l’assunzione me la rinnova anche stavolta… Mi faccio schifo… Vuole guardarmi mentre ingoio il suo sperma… Sto male, non riesco a togliermi quel sapore dalla bocca, quella puzza orrenda mi perseguita… Sono andata in bagno a vomitare per l’ennesima volta. Vorrei gridare a tutti che lo odio ma non posso, non adesso che son rimasta sola… Ieri gli ho detto che con lui avevo chiuso, che non venisse più a cercarmi, che avrei detto tutto all’ispettorato, che l’avrei denunciato, sputtanato. Ma lui è Soprani, l’onnipotente, e m’ha risposto che può mettermi a casa in qualunque momento e che nessuno mi crederebbe… Poi se l’è tirato fuori e m’ha riso in faccia… Forse me lo merito, forse sono marcia io, sennò non mi spiego perché a me e non ad un’altra… Oramai la soluzione è una sola, devo soltanto trovare il coraggio di farlo e buonanotte…”
“Sortini, ancora qui? Non ha ancora finito con la Cantelli?” risuonò la solita voce sgradevole, sempre alle mie spalle.
“No dottore… m’è capitato tra le mani il diario di Margherita e ho letto qualche riga…” dissi io fissandolo negli occhi.
Il sovrintendente impallidì e per la prima volta incrociò il mio sguardo. Sembrava sorpreso, disorientato. “E che c’è scritto?” balbettò.
“Delle cose assai interessanti. C’è anche il suo nome sa?” gli dissi, “Cose incredibili. Dovrò darlo alla polizia ferroviaria che sta indagando sulla disgrazia…”
“Sortini, lo consegni a me. Ci penso io a darlo a chi di dovere!” mi disse col sorriso più falso che abbia mai visto.
“Mi dispiace sovrintendente, qui Margherita parla di lei e dei vostri rapporti particolari… Dovrò consegnarlo io a chi di dovere!”
“Sortini, non sia stupido. La Cantelli soffriva di depressione, lo sanno tutti. Avrà scritto sicuramente delle cazzate senza senso… lo dia a me!”
“Era depressa, certo… e qui se ne capisce il motivo!”
“Ha cominciato a dare i numeri dopo la morte dei suoi. Ho pure cercato d’aiutarla, ma non è servito a nulla.” sospirò. Aveva la stessa faccia tosta d’un mafioso al funerale della sua vittima.
“Ma la pianti per piacere!” sbottai. Ormai la mia sopportazione era giunta al limite massimo.
“Su Sortini, mi dia quel diario se ci tiene a continuare a lavorare in questo posto!” m’intimò.
“Mi sta minacciando dottor Soprani? Lo sa cos’ho appena letto in questo diario? Lo sa che potrebbe essere denunciato per quello che c’è scritto qua dentro?”
“Denunciato per cosa? Per i vaneggiamenti di una troietta arrivista?” chiese con strafottenza. Quella sua maschera di superiorità e finta sicurezza si stava sfaldando davanti ai miei occhi. Era evidente la sua paura così come la meschinità di cui era impregnato. Vedevo un ometto piccolo piccolo sul punto di crollare.
Andai alla finestra per respirare. “Lei ha un problema di alitosi… gliel’ha mai detto nessuno?” dissi.
Improvvisamente Soprani s’avventò verso di me. “Dammi quel cazzo di diario!” gridò.
Lo scansai e gli afferrai un braccio spingendolo via. Tentò di colpirmi con un pugno ma era più bravo a comandare che a fare a botte. Lo afferrai e lo lanciai oltre la finestra.
Sentii un tonfo sordo, m’affacciai dal davanzale e lo vidi: giaceva immobile in una pozza di sangue, un fantoccio disarticolato sul marciapiede del cortile interno.
Dopo un volo di cinque piani l’impatto col cemento gli aveva fracassato il cranio, spezzato le ossa e spappolato gli organi interni. Era morto sul colpo.
Mi guardai attorno, non vidi nessuno. In quell’ala del palazzo tutti gli uffici erano chiusi da venerdì.
Me ne andai. Il giorno stesso portai il diario ai carabinieri, del volo dalla finestra del sovrintendente non dissi nulla. Lo trovarono due giorni dopo già gonfio e pieno di mosche.

Passarono altri tre giorni quando, sulla prima pagina della Nuova, lessi questo titolo: “Molestie sul lavoro, duplice suicidio di vittima e carnefice”. Così andai al cimitero a trovare Margherita, sulla tomba c’era ancora il manifesto funebre. Posai un mazzolino di fiori di campo in un vaso e le dissi: “Mi dispiace non averlo capito prima Margherita. Ti vedevo tutti i giorni e non immaginavo quanto soffrissi… Non è vero, quel treno non t’è passato sopra. Tu quella mattina sul treno ci sei salita e te ne sei andata per fare finalmente il viaggio che volevi. Ora sei lontana da tutta questa merda! Ciao Margherita, sii felice. Sappi che quello stronzo ha avuto ciò che si meritava, è in viaggio anche lui adesso… Ma stai tranquilla, non lo rincontrerai più, è andato nella direzione opposta!”

Who’s Gonna Find Me (The Coral, 2006)

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La tirannia del tempo
…un racconto

La tirannia del tempo
Un racconto di Carlo Tassi

Come ogni notte, anche quella notte m’addormentai prima di mezzanotte.
E come tutti sanno, anche voi saprete che dopo mezzanotte può succedere di tutto. Ora lo so anch’io.
Ma voglio raccontarvi, se ancora non lo sapeste, ciò che quella notte capitò. E voglio farlo senza tralasciare nulla, anche se, detto tra noi, vorrei aver dimenticato tutto.

Ero stanco, gli occhi faticavano a reggere le palpebre. La mente, pian piano, calò il sipario su quella stanza in penombra, uscì dal mio corpo esausto e se ne andò a zonzo non so dove. Stette in giro per un po’, magari qualche secondo, oppure ore, non saprei proprio: io non c’ero…

Comunque, iniziamo col dire che dormii proprio bene, per il tempo che ebbi a dormire.
Dormii profondamente, per nulla gravato da sogni tormentosi o pensieri fastidiosi. Dunque, ripeto, dormii veramente bene. Per cui, quando poi mi svegliai – erano circa le tre del mattino – non lo feci da stanco ma da riposato e fresco. Come se quelle poche ore d’assenza da me stesso avessero contribuito con successo al mio rientro in piena efficienza tra i desti. Ero in gran forma quindi, pronto a ogni evento… tranne a quello che proprio quella notte capitò.

Ebbene, arrivò un tizio, era il solito tizio delle tre di notte, non so se mi capite…
Mi si piazzò di fronte e disse: “Non capisco perché tu sia ancora qui, è strano.”
Nemmeno io capii l’allusione. “Strano cosa? Che vuoi dire?”
“Voglio dire che fuori ti stanno aspettando!”
“Chi mi sta aspettando?”
“Loro… lo sai benissimo!”
Certo che lo sapevo, ma volli metterlo alla prova. “Senti, davvero, non so di chi tu parli… spiegati meglio!”
“Non fare giochini con me… vestiti e seguimi!” Il tizio era tosto e mi convenne ubbidire, mi misi qualcosa addosso e andai con lui.
In effetti loro mi stavano aspettando. Erano tanti, silenziosi, e appena arrivai si misero a fissarmi.
Io restai lì, immobile, ad appena dieci passi da loro. Non potei far nulla se non guardare quelle facce.
Il tizio era scomparso, e loro… non c’era alcuna luce in quegli occhi, solo tenebre…
Poi uno mi venne incontro e disse: “Bentornato amico mio, quanto tempo è passato?”
“Non saprei,” risposi subito “qualche minuto… forse alcuni anni. È un po’ difficile saperlo.”
“Sei stato assente a lungo, credimi. E noi, come promesso, ti abbiamo aspettato… Ora che vuoi fare?”
“Devo pensare…” Sospirai. “Sapeste che strano: ho sognato d’esser vivo! Vivo… capite?”
“Hai avuto paura?”
“Ne ho avuta, certo! Spero che non succeda più… Pensate se mi svegliassi di nuovo e non riuscissi più a tornare indietro…”
“Sarebbe orribile!”
“Già, orribile!”
Andai con loro, il mio posto era tra loro…

La notte prosegue fino all’alba. Le anime vagano libere, incuranti di tutto. Qualcuna resta intrappolata in questa cosa vischiosa chiamata materia, subendo per un po’ la tirannia del tempo.
Per fortuna poi passa.

Shine On You Crazy Diamond (Pink Floyd, 1975)

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Un caso di coscienza
…un racconto

Un caso di coscienza
Un racconto di Carlo Tassi

Il tizio è un’apoteosi di merda umana!
Capelli a spazzola biondo platino, pelle butterata e una cicatrice zigzagante tra guancia e mento, lobi anellati, collo taurino con uno scorcio di tatuaggio che corre giù sotto la maglia sudicia.
Mastica una gomma al sapor di fragola marcia e me la soffia addosso. Mi osserva sfacciato col suo feroce sguardo da ebete.
«Hai bisogno?» gli faccio.
Questo mi sorride aprendo una spelonca inguardabile con una sfilza di dentini color giallo canarino.
Mi si legge in faccia quanto mi fa schifo sto tizio, eppure ostento cortesia, falso come Giuda: «Non farti problemi, se hai bisogno dimmi»
Questo non parla e non smette di fissarmi e sorridere, con una ghigna da prendere a schiaffi e farci l’abbonamento. Così getto la maschera: «Beh, allora che vuoi che ti dica… Vaffanculo!»
Sono al limite, la trottola fotonica mi gira ormai senza controllo. Penso che se non me ne vado va a finire che lo meno, perciò alzo i tacchi e tolgo il disturbo. Tanto più che questo è un marcantonio di quasi due metri per oltre un quintale di ignoranza. Sì, meglio andare. Mi allontano dalla parte opposta quando sento una voce alle mie spalle.
«Scusa, non volevo farti incazzare»
Il tizio ha parlato finalmente!
Mi blocco e mi giro di nuovo verso di lui. La sua espressione è cambiata, ora sembra diverso, con uno sguardo tutt’altro che ebete.
Sembra che qualcosa l’abbia trasformato dandogli uno spessore che prima non aveva. O forse sono io stesso che, sentendo la sua voce, ho cambiato opinione.
Ora vedo due occhi profondi, animati da un certo non so che di pudore e incertezza che fino a un attimo prima non avrei mai sospettato. Persino quell’aspetto sgradevole fino all’insopportabile non è più tale.
Cosa sta succedendo?
«No scusa te per il vaffanculo… Ma se non vuoi che te lo ripeta mi devi dire perché sei venuto da me a fissarmi!» gli dico con una punta di rimorso.
«Beh, la verità è che non so come dirtelo»
«Dirmi cosa?»
«È difficile»
Lo guardo. La pressione mi si alza che ormai sistole e diastole sono in orbita scrotale. «Non capisco… Senti, fa lo stesso. Io me ne vado!»
«Non andare per favore!» sembra supplicare sul serio.
«Oh insomma, che cazzo vuoi?» Se non fosse così grosso gli avrei già sgrullato la faccia di schiaffi.
«Vorrei che parlassimo un po’» risponde calmo e controllato da far schifo.
«Ma di che cazzo vuoi parlare… io non ti conosco!»
«Oh… Sì che mi conosci!» insiste. Poi mi sorride di nuovo, stavolta senza aprire la fogna.
«Senti stronzo, se avessi già visto la tua faccia me la ricorderei… Fa così schifo che stanotte dovrò addormentarmi guardando il poster di Freddy Krueger per togliermela dalla mente e sperare di non avere incubi»
«In verità la vedi tutti i giorni, come adesso»
«Basta m’hai stufato!» trattengo il respiro e parto col cartone. Un ripieno di noccioline tostate a sangue per ricordarsi che se tiri la corda oltre l’orizzonte degli eventi poi questa si spezza.
Ma la manata va a sbattere contro un muro di vetro… Questo s’infrange in mille pezzi o forse più.
Mi guardo il pugno criccato di sangue, il mio sangue.
«Cazzo, lo specchio s’è rotto… Adesso sette anni di sfiga!» esclamo preso da improvviso buon umore.
Sorrido, ma è un sorriso incerto, non proprio convinto. I tagli sulla mano bruciano.

Capita, quando incontri la tua coscienza e non la riconosci.
Capita, quando questa ti parla e non la vuoi stare a sentire.

Ieri ho fatto un’altra cazzata, oggi me ne sto tranquillo e domani chissà.
La cicatrice mi fa prurito, forse domani pioverà.

Uncertain Smile (The The, 1983)

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La terza alba
…un racconto

La terza alba
Un racconto di Carlo Tassi

Un luogo bellissimo, una terra incantata. Ogni cosa intorno si rivela in tutto il suo insolito fascino: crepuscolare, plumbeo, tenebroso… come piace a me.
Farsi attrarre dagli anfratti più bui e misteriosi per il gusto temerario dell’ignoto, e quel piacevole, titillante brivido al richiamo di un pericolo nascosto, imminente, circostante.
Tutto questo è l’Isola di Drüme. Brulla, desolata, remota. Nessuno ci vive… a parte me.
Nessuno vorrebbe mai abitarci. La paura ne è la ragione. Ed è certamente giustificata direi!

Quando ho deciso di trasferirmi quaggiù, tentarono di dissuadermi in ogni maniera.
“Tu sei pazzo! Come puoi fare sul serio?” mi dicevano.
Molti m’avevano accennato di storie tragiche e poco chiare, successe tanto tempo fa proprio su questo roccioso costone affiorante tra le morbide dune liquide dell’oceano, quando ancora gli uomini l’abitavano. Tutti conoscevano la reputazione infausta dell’isola e alcuni ne avevano fatto le spese. E fu proprio quando ho avuto la prova della fondatezza di queste dicerie che ho scelto di venire in questo posto.
Il giorno della mia partenza, l’ultima voce umana che sentii alle mie spalle mi gridò: “Pazzo, torna indietro finché puoi!”

Un villaggio, un tempo florido e popolato da famiglie di pescatori coraggiosi, dominava il centro dell’isola che spuntava in mezzo a un mare tempestoso per gran parte dell’anno. Ma ai pescatori questo non importava, perché erano acque ricche e pescose e ogni giorno regalavano un grasso bottino di pesci, molluschi e crostacei. All’alba i pescatori partivano con le loro barche per ritornare a tarda sera, stanchi ma soddisfatti. Ogni giorno sfidavano le grandi onde, le secche improvvise e le forti correnti per rincorrere i branchi argentei dei pesci che proprio in quelle acque facevano tappa nelle loro incessanti migrazioni. Tutti i giorni, per tanti anni.
Poi un mattino comparve una nebbia fitta, un muro grigio e profondo. Così l’intera isola si trovò come immersa in un limbo spettrale, una bambagia umida e impalpabile che rendeva invisibile tutto quanto, vicino o lontano che fosse.
E il mare stesso s’intuiva soltanto dal rumore della risacca.

Ma anche quel mattino i pescatori non si arresero alla perfidia del tempo. Con coraggio e fiducia andarono alle loro barche e salparono, attraversarono il muro di bruma e subito scomparvero alla vista di chi restò a terra.
Quel giorno il villaggio rimase immobile nell’attesa. Per ore la gente non fece nulla se non aspettare il ritorno dei figli, dei mariti, dei padri. Alla sera la febbre dell’inquietudine salì inesorabile quando iniziò a far tardi e nessuna barca era ancora giunta al porto.
Per tutta la notte le donne del villaggio stettero a vegliare il buio, con lo sguardo a quel mare invisibile e la disperata speranza a scalciare nel petto.
L’alba seguente, la nebbia era entrata nell’anima stessa del villaggio, nelle case, nelle stanze, ovunque. Un silenzio tombale era sceso sull’isola, nemmeno gli uccelli marini si udivano, solo il lento, ipnotico sciabordio della risacca restava l’unico ovattato sottofondo.
Tutta la vita superstite era sospesa, tra angoscia e rassegnazione.
Arrivò la seconda notte d’assenza e d’attesa. Alcune donne vagavano con occhi smarriti tra le vie del villaggio a cercare ragione di tanto strazio. Altre, più anziane, restavano in casa a pregare il dio della misericordia. Le spose più giovani inveivano contro quel mare che le circondava e che le condannava all’infelicità e alla solitudine.
La terza alba, nel villaggio bagnato di nebbia e lacrime, s’udì il suono di un corno. I cuori sussultarono, le donne corsero al porto e videro le barche spuntare dal muro fosco. Una dopo l’altra approdarono tutte, e tutti i pescatori a bordo, esausti e assetati, giunsero a terra sani e salvi.
Poco dopo la nebbia si diradò e, da est, un sole potente cominciò ad asciugare le pietre delle case, a scaldare le anime che le abitavano. Tutto tornò a illuminarsi e a colorarsi di nuovo: prima il cielo e il mare, poi gli sguardi e i sorrisi della gente…

Questo accadde tanto tempo fa.
Ora l’isola è diventata uno scoglio deserto, frustato dalle burrasche d’inverno, avvolto dalle nebbie d’estate, evitato dagli uomini tutto l’anno.
Io ne ho fatto casa mia. Da qui posso contemplare la sublime crudeltà dei suoi elementi. Posso espiare i miei peccati godendo della più perfetta solitudine. In attesa, casomai, di qualcosa che arrivi dal mare, di un riscatto, dell’anima che ho perso…
In attesa della mia terza alba.

Spectral Mornings (Steve Hackett, 1979)

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Il giardino delle artemisie giganti
…un racconto

Il giardino delle artemisie giganti
Un racconto di Carlo Tassi

Dei ricordi fanciulleschi che affollano la mia mente, mai come adesso tormentata da tanta nostalgia, uno più di tutti ha sempre stuzzicato la mia fantasia. Parlo di uno strano episodio mai del tutto risolto.
Mi trovavo in vacanza in un pittoresco paesello sulle rive di un lago, di cui per mia riservatezza non farò il nome, cintato da montagne poderose con pendici aguzze come lance a grattar nuvole perennemente di passaggio. Le giornate ombrose e insolitamente fresche costringevano spesso me e mio cugino a rinunciare a giocare nelle acque fredde del lago, in alternativa non rimaneva che avventurarsi nei dintorni campestri oltre il caseggiato.

Stavamo con le nostre famiglie in una grande villa presa in affitto per tutto il mese d’agosto. Il proprietario era un vecchio insegnante di musica a riposo, tal Brunamonti, un tipo solitario ma cordiale, che ci aveva preso in simpatia e ci raccontava puntualmente storie curiose e bizzarre che spacciava per vere e sacrosante. Una di queste riguardava un bellissimo giardino dell’entroterra a nemmeno mezzora di cammino da dove alloggiavamo. Bastava percorrere la via maestra del paese e, passata l’ultima casupola prima della campagna, prendere a sinistra un largo sentiero sterrato e circondato da rovi impenetrabili che saliva su una collinetta irta di cipressi. Una volta in cima, appariva una vecchia villa in stile liberty e un maestoso giardino con tanto di serre, camminamenti, aiuole, fontane e laghetti.
Ebbene, un pomeriggio plumbeo di fine agosto, ad appena due giorni dalla fine di quell’indimenticabile vacanza, decidemmo di raggiungere quel posto e vedere coi nostri occhi se ciò che ci aveva raccontato il nostro padrone di casa era vero oppure no.
A dire la verità il tragitto ci parve subito più impegnativo di quanto ci eravamo immaginati. Non eravamo ancora usciti dal paese che avevamo imboccato la strada sbagliata, e ci volle una buona mezzora solo per raggiungere il bivio ai piedi della collina. La salita poi si rivelò più ardua del previsto e, quando fummo giunti in cima, non c’era l’ombra di nessuna villa e tantomeno di un giardino.
Fu mio cugino che, avendo intravisto la porzione di un tetto che spuntava tra gli alberi in lontananza, mi chiamò dicendomi che forse quel tetto apparteneva proprio alla villa che stavamo cercando. E fu così.

Per raggiungere la villa descritta da Brunamonti dovemmo attraversare un fitto boschetto di cipressi e, una volta arrivati, ci rendemmo conto che il suo racconto aveva trascurato diversi particolari che fin da subito ci fecero venir voglia di tornarcene a casa.
La villa c’era, ma quel tetto, avvistato da mio cugino tra le cime appuntite dei cipressi, altro non era che la cuspide del campanile di una pieve gotica che affiancava un piccolo cimitero diroccato le cui lapidi erano quasi sommerse dalla vegetazione. La villa, effettivamente liberty, era poco distante sulla destra, ai margini di una fitta boscaglia di cipressi e grossi abeti la cui ombra oscurava qualsiasi cosa si celasse al suo interno.
Tutte le costruzioni apparivano disabitate da chissà quanto tempo e delle spesse tavole di legno inchiodate agli ingressi stavano a testimoniarlo.
Anche il giardino era lì, proprio come aveva detto Brunamonti, e la cosa più incredibile viene adesso!

Secondo Brunamonti il giardino era posto dietro la villa. Io e mio cugino ci guardammo in faccia titubanti, ma alla fine decidemmo di aggirare il fabbricato e di vedere cosa c’era dall’altra parte. Camminammo cauti e tesi più che mai, avevamo dieci anni io e dodici lui, e tutto quello scenario che si era rivelato intorno a noi si prestava benissimo a far correre le nostre fantasie in luoghi ben più oscuri e terribili di quanto avremmo voluto.
Ricordo ancora adesso – e la sensazione che riaffiora è tuttora viva e pulsante come di cosa appena successa – ciò che provai quando finalmente vidi quel giardino: meraviglia, estasi e terrore!

Il giardino era maestoso, lussureggiante, qualcosa che non avevamo mai visto. Innumerevoli varietà esotiche di piante fiorite creavano un arcobaleno di colori e stordivano coi loro profumi. Poi alberi enormi e sconosciuti e siepi dalle incredibili geometrie.
Ma la domanda che causava tanta meraviglia era: come poteva esistere un giardino come quello se il posto era isolato e abbandonato da tanti anni quanti noi non potevamo nemmeno immaginare? Poi una seconda domanda: dov’erano e com’erano fatte le artemisie giganti raccontate da Brunamonti?
In fondo era stata proprio quella seconda curiosità a spingerci ad affrontare quel viaggio: le artemisie giganti.

Il vecchio maestro ci aveva detto che in quel giardino esisteva una rara specie di artemisia carnivora che un giorno di tanti anni prima aveva divorato un ignaro fattore che si era addormentato all’ombra di una di esse. Successe che durante il sonno venne paralizzato dal suo profumo tossico, che i suoi rami gli si strinsero intorno, che le sue foglie lo avvolsero come in un sudario e che, rilasciando sul poveretto la sua linfa corrosiva, iniziò a digerirlo come nella più tremenda delle storie dell’orrore.
Brunamonti raccontò che quell’incidente indusse il vecchio proprietario della villa, un ricco barone, a liberarsi di quelle piante tanto pericolose distruggendole e sostituendole con altre artemisie, del tutto identiche alle prime ma innocue. In verità Brunamonti ci confidò che il sospetto della gente del tempo era che il barone non distrusse affatto le sue artemisie carnivore, ma più semplicemente lo lasciò credere. Il nobile non fece proprio niente e le artemisie carnivore rimasero al loro posto come prima, e ci restarono per tutti gli anni a venire.
Per questa ragione, il giardino divenne via via un luogo evitato da tutti quelli che ne conoscevano la storia. La morte dell’ultimo discendente del barone ne decretò poi il definitivo abbandono e la caduta in rovina.
Quel giardino in cui ci trovavamo però era tutt’altro che in rovina.

Restammo assorti parecchi minuti a ripensare alla storia che il maestro Brunamonti ci aveva raccontato, e intanto ammiravamo estasiati e perplessi l’insolito stato di grazia di quell’immenso giardino. Poi qualcosa ci distolse dai nostri pensieri.
Era uno strano rumore sommesso, come qualcosa di pesante che strisciava sul terreno. Ci guardammo attorno ma non vedemmo nessun movimento, tranne l’ondeggiare delle piante e dei rami mossi dal vento. Eppure quel rumore continuava, e pareva farsi più forte.
Ricordo come quel vago senso di inquietudine che ci aveva accolto appena arrivati sul posto divenne improvvisamente una paura profonda. Paura che si trasformò in terrore appena avemmo l’impressione che erano stati gli stessi alberi a muoversi nella nostra direzione. Alberi splendidi e maestosi che, con movimenti impercettibili, si avvicinavano a noi trasformandosi ai nostri occhi in giganteschi mostri terrificanti.

In una manciata di secondi eravamo già sul sentiero sterrato.
Correndo come due lepri scendemmo rapidamente verso il paese e poi nella casa delle vacanze, dove alla fine giungemmo entrambi col cuore in gola.
Era tardi e i nostri genitori stavano sistemando la tavola per la cena sotto il portico di fronte all’ampio cortile. Vedendoci arrivare, ci venne incontro mio padre tutto accigliato che ci rimproverò di aver messo in ansia tutti quanti per essere stati via oltre quattro ore senza avvisare nessuno.
Quattro ore? Tanto tempo era passato?
A quel punto arrivò un aiuto inaspettato proprio dal maestro Brunamonti.
L’anziano padrone di casa s’avvicinò a mio padre e gli disse, scusandosi, che sapeva della nostra visita nel giardino in cima alla collina e che si era dimenticato di informare e rassicurare le nostre famiglie che non avremmo corso alcun pericolo.
Tanto bastò per rasserenare tutti quanti ed evitarci una sicura punizione.

Più tardi, il vecchio maestro ci prese in disparte e ci confidò che aveva immaginato dove fossimo andati perché si ricordava le nostre facce dopo che avevamo ascoltato il suo racconto del giorno prima sul giardino di artemisie.
Ci chiese poi se avevamo trovato il giardino.
Entrambi gli eravamo grati che avesse mentito a mio padre salvandoci dal castigo – in effetti, sicuri che non saremmo stati via a lungo, non avevamo informato nessuno della nostra escursione, tantomeno lui – così gli raccontammo tutto quello che avevamo visto. L’unica cosa che evitammo di dire fu la causa del nostro repentino ritorno a casa.
Lui ascoltò tutto con estremo interesse poi ci chiese: “Avete detto che il giardino era ancora in perfetto stato?”
“Certo!” rispondemmo noi in coro.
Sulle labbra di Brunamonti spuntò un leggero sorriso: “Allora, ragazzi miei, quello che immaginavo è vero: le artemisie carnivore sono ancora lassù e – il sorriso si fece strano – a quanto pare sono diventate degli ottimi giardinieri…”

Firth Of Fifth (Genesis, 1973)

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Non arrenderti mai…
…un racconto

Non arrenderti mai…
Un racconto di Carlo Tassi

Ricordi tuo padre cosa diceva?
“Non arrenderti mai, qualunque cosa accada, non arrenderti ragazzo”
Lui non si è mai arreso, eppure ti ha lasciato solo.
Tuo padre non c’è più e la vita ti circonda indifferente, soverchiante come il cielo.
E guardi il cielo e vorresti essere altrove. Come polvere mossa dal vento, invisibile, libero.

“Non arrenderti mai” diceva tuo padre.
Ma ti ha lasciato solo, ed è questo il tuo solo pensiero.

Anche oggi un cielo color piombo, e oltre le nuvole il mistero di un sole da troppi giorni assente.
Il freddo resiste anche all’estate. E resta costante, sempre, dentro di te.
Il cuore, le pietre e il ghiaccio si mescolano spargendo poltiglia di vita e fango.
Dolore e vuoto in cerca di rimedio, invano. Ma il tempo è sovrano.

Ti butti nella mischia, lottando, imprecando, correndo alla meta.
“Non arrenderti mai” senti la voce di tuo padre. Ma la sua voce non basta, e vorresti di più.
Vorresti parlargli ancora una volta, poter incrociare il suo sguardo.
E contare le sue rughe, sentire l’odore di sigaretta dei suoi vestiti.
Ma resta solo un foglio bianco impossibile da riempire, ormai.
E rabbia e lacrime come una cantilena imparata a memoria, controvoglia.
La vita a volte brucia come una ferita aperta.
Sanguina, s’infetta, ma poi guarisce. Che il tempo è sovrano.

Perciò non arrenderti mai ragazzo!
Perché la strada è lunga e sparsa di pericolose meraviglie. Seducente e terribile, ti sfida ad ogni curva.
Corri e non fermarti. Certo, questa salita è una morsa che prende il respiro e spezza le gambe.
Ma oltre queste rocce nere, lo vedrai, le nuvole si scansano e finalmente incontrerai il sole.
E’ inevitabile, perché il sole c’è sempre, anche quando non lo vedi.

Ne vale la pena? Certo che sì: il tempo è sovrano.

Never Back Down (Novastar, 2006)

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Una gemma del passato
…un racconto

Una gemma del passato
Un racconto di Carlo Tassi

Bizzarra, carnale, gelosa, infedele, pazza. Questo era Sara.
Eppure l’amavo, l’amavo come non avevo amato nessun’altra. Senza sapere il perché.
L’inizio della vita. L’inizio dell’avventura. Le feste, le sere disperate, in riva al mare d’estate.
Camminare per le strade sconosciute del lido, la notte. La solitudine, in cerca di lei che se ne fotte. La voglia di fuggire e di morire. Poi ancora la voglia di riprovare. No, non può finire.
Ed eccola di nuovo davanti a me, sempre bella, sempre stronza, e piangeva. Esatto, piangeva di nuovo, ed ero fregato. Conoscevo il suo gioco, ma ero fregato. Sempre.
Quanto fossi debole non era un mistero per nessuno. Io e Sara, io lo zerbino e lei la regina. Schiavo del suo sesso e dei suoi capricci.

Ora la rivedo dietro il carrello della spesa, scomparsa una sera d’autunno e riapparsa dopo trent’anni di vita, mille volte sfiorata e mai incontrata.
Alta, magra, sciupata, bella come sempre, come non immaginavo più. Mi guarda e mi sorride col suo solito sorriso triste. Leggo il suo imbarazzo e lei legge il mio. Non saper cosa dire, il desiderio d’andar via e la voglia d’essere altrove, da soli, che lentamente sale. La voglia di lei, di riprendersi il tempo perduto. Pensieri scabrosi a stento repressi.
“Ciao che bello rivederti… come stai?”
“Bene grazie, e tu?”
“Non male… Ma che fai da queste parti? Credevo fossi andata ad abitare lontano…”
Parole forzate, sorrisi tirati. La magia dura un attimo, giusto il tempo di un sussulto nel petto, di un lampo d’eccitazione. Poi vince il disagio, il fastidio.
“Beh, allora ciao… vado che sono in ritardo…”
“Ciao, mi ha fatto piacere rivederti. Stammi bene…”
“Anche a me, ci si vede…”

Un ricordo. Era solo un ricordo prezioso, un’idea, una gemma che illuminava una traccia di passato.
Guai al mondo trasformarlo in materia. Quanta leggerezza perduta, un cristallo magico caduto in terra, infranto. E ora, nella testa solo i cocci del presente.
Ma si tratta d’aspettare, e Sara tornerà a splendere nel mio mondo di nostalgie… sempre che non la incontri di nuovo.

Me And Sarah Jane (Genesis, 1981)

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Sabbia nelle scarpe
…un racconto

Sabbia nelle scarpe
Un racconto di Carlo Tassi

Nel mio cammino quotidiano, imprigionato nel suo tracciato, mi distraggo e libero il pensiero.
Mi fermo e riparto di nuovo. Sono in ritardo ma non m’importa.
Prendo tempo, mi nascondo e guardo fuori: il mondo corre all’indietro mentre resto immobile e osservo.
Illusione, distrazione, evasione. Giocare a mosca cieca, poi capire dove andare.

Martina dove sei? Ti ho lasciata in giardino che giocavi al malato e l’infermiera. Genitori distratti e la voglia di vedere ciò che ancora non riuscivi a capire.
Adele dove sei? Sei passata come un treno. Solo uno sguardo è bastato per cuocermi a puntino. Un’estate a fuoco lento, a ribollire nel vederti ballare.
Roberta dove sei? Il mio premio: baciarti una sola volta alla festa del tuo compleanno e soltanto questo. Eppure quanto tempo i miei pensieri ti hanno scrutata.
Bella dove sei? Piccola regina di cuori. Viso di perla e chioma corvina. Sfuggente e misteriosa sempre, tranne una vigilia di ferragosto regalata per scommessa.
Claudia dove sei? Cinque anni tra inferno e paradiso. Sublime coi tuoi vent’anni la prima volta a far l’amore. Selvaggia, romantica, lunatica. Dannatamente esperta… forse troppo.

Voci, colori, odori, sapori. Idee, impressioni, le passate stagioni…

Come sabbia nelle scarpe.
Restano briciole, rimasugli di vita sbiadita.
Brillano dentro gli occhi e pungono i miei passi. Vivono ancora, nonostante tutto.
Schegge di felicità, amori acerbi, istanti perfetti, restituiti a pezzetti al mio girovagare.
Sabbia nelle scarpe, soltanto sabbia e niente più.

Sand In My Shoes (Dido, 2003)

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Gli ultimi cinque minuti
…un racconto

Gli ultimi cinque minuti
Un racconto di Carlo Tassi

Scendo in cantina in cerca di conforto,
rovisto tra le cose messe da parte.
Forse troverò un po’ di miele,
un dolce rimpianto, per rivivere l’incanto.
Ma non basta… dura poco, fine del gioco!

Torno su.
Un cielo nero sopra la testa,
una strada infinita quanto il cammino.
Solo ricordi spenti.
Nessuna voglia, nessun domani,
niente.

Pensieri sfatti, corpi sfatti,
facce gonfie, occhi chiusi.
Ogni giorno un presente da dimenticare.
Monotonia, claustrofobia,
aria malata, il respiro fugge via.

Benvenute malattie!
Gli anticorpi son scaduti,
diritti e doveri decaduti.

Il vuoto s’allarga, mi sfiora tagliente, silente.
La carne è putrefatta, maleodorante.
La piaga affiora, il bruciore è ardente.
Vermi nella mente.

Giro le dita attorno la ruota,
sono dato per spacciato.
Lo so, lo sono stato e lo sarò.

Solo promesse, sempre le stesse.
Quotidiane come il pane.
Bugie, ipocrisie, false terapie.
Se rinasco, mi dispiace, non ci casco.

Questa vita m’appartiene?
E se magari vita non fosse?
S’accettano scommesse!

Esco fuori, cerco colore.
Raccolgo sassi e conto i passi.
Sfuggo al dolore ma ritrovo rancore.

La gente guarda tutto
e non vede niente.
Denti finti, cariati, turati,
sorrisi dipinti, mascherati.
L’aria è saccente, l’alito pesante.

Pioggia acida nel cervello.
Apro l’ombrello, stringo il cappio al collo.
Questo mondo non m’appartiene.
Solo avvoltoi, sciacalli e iene.

Come un salto senza rete,
niente più fame né sete.
Finisce l’inganno totale,
dalla nascita al funerale.
Poco male.

Sarà la storia che mi compete,
e mia soltanto l’eterna quiete.

Riot (Ruby Amanfu, 2019)

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Il cuore dov’è
…un racconto

Il cuore dov’è
Un racconto di Carlo Tassi

Primavera dell’ottantadue.
Festa a casa di Marianna. Serata senza genitori e batticuore a mille.
Manca poco.
L’incognita dei baci. Baci immaginati, sognati, temuti, vietati.
Io sono pronto: polo bianca, jeans, scarpe da tennis e cinquemila lire in tasca.
Adrenalina, mal di pancia e un goccio di rhum di nascosto per carburare.

Esco.
Vado da Andrea. Alla fine della mia via giro l’angolo e sono sotto casa dei suoi. Saluto sua madre e salgo le scale. Lui mi accoglie in camera sua, si veste per la festa e mi parla di Beatrice. Mi racconta della sera prima, della sua prima volta. Mi mostra un succhiotto, mi dice tutto.
È il mio migliore amico, è giusto così.
Io l’invidio, non l’ho ancora fatto. Lui mi dice: “Senti, se non ti togli Roberta dalla testa, arriverai a vent’anni ancora vergine!”, poi scoppia a ridere.

Ho con me i dischi che mi ha passato Marco. Sarà lui a stare in consolle, io gli darò una mano. A mixare e fare scalette è il più bravo di tutti, la banda si fida.
La banda siamo sempre noi: io, Marco, Andrea, Gepry, Sandro, Carion e tutti gli altri… I soliti insomma.
Poi ci sono le tipe della festa, ovvio.
A me piace Roberta… Sì, lo so che è cotta di Marco, il fatto è che non riesco a non pensarla. E poi chissà, magari le è passata. Magari alla festa succederà qualcosa.
Nella testa solo fantasie e desideri. Agitazione, eccitazione, voglia d’esserci, di sognare ad occhi aperti.
Tra poco saremo al centro del mondo. Gira il mondo e gira la testa.

Penso a Roberta di continuo, è inevitabile. Forse stavolta s’accorgerà di me.
Occhi scuri come notte di tempesta, capelli lucenti come ossidiana, pallore lunare. Il viso, un ovale perfetto con una piccola cicatrice sulla fronte che fa impazzire. Il sorriso, un faro che illumina il mio mare di sogni.
Ma alla fine di tutto, il pensiero indugia sui seni che bloccano il respiro, e scivola nel mistero celato sotto la gonna. Ultimo, sublime peccato mortale. Splendido arcano che mai riuscirò a scoprire… O forse sì.

Comincia la festa.
I genitori di Marianna sono fuori Ferrara. La taverna è diventata una discoteca affollata.
Questo sabato notte sarà completamente nostro. Siamo gli attori del nostro film preferito, siamo le star del tutto esaurito. La storia si ricorderà di noi, ne sono sicuro.

Sono arrivato.
Andrea e Beatrice si appartano in un angolo. Ruggy arriva con Elisa, stanno insieme da due mesi.
Carion mi saluta, è già mezzo ubriaco. Paola e Claudia ballano in coppia, come sempre.
Mi viene incontro Gepry. “Senti, Marco non s’è ancora visto. Ci pensi tu a mixare?” mi dice.
“Ok” gli dico.
Vado alla consolle, un tavolino per picnic apparecchiato hi-tech. Accendo le luci strobo e inizio a metter su dischi: The Police, Simple Minds, The Cure, The Clash…
Mi guardo attorno, Roberta non è ancora arrivata.
Queen, Dire Straits, Duran Duran, The Stranglers, Culture Club…
Do you really want to hurt me… Marianna mi porta da bere. “Ciao Mary, hai visto Roberta?” chiedo.
“No, non l’ho vista” dice. Poi si mette a ballare reggae con Paola e Claudia.
Madness, The Specials, Devo, Talking Heads, The Jam, Soft Cell…
Where the heart is… Gepry mi passa accanto, occhi luccicanti e birra in mano. Lo blocco, “È arrivato Marco? Non voglio restare tutta la sera a metter dischi da solo!” gli dico.
“Dev’essere fuori in cortile… Dai, vallo a chiamare che qui ci penso io!”
“Ok grazie, vado e te lo porto!”

Esco fuori.
È buio e fa fresco. Vedo due ombre dietro una siepe, mi avvicino.
Riconosco Marco, è di spalle e sta baciando una tipa. Tossisco di circostanza, non voglio rovinare il momento. Marco si gira, mi vede e sorride imbarazzato. Dietro di lui c’è Roberta, si sistema la camicetta e abbassa lo sguardo. “Ciao Carlo. Gepry m’ha detto che sei tu alla consolle, stai andando alla grande!” dice lui.
“Grazie Marco, ma vado a casa. Non mi sento un granché bene, devo aver mescolato troppa roba da bere”, mi trema la voce, “Gepry m’ha sostituito, se vuoi dargli il cambio… ti saluto, ciao!”
Affretto il passo, vorrei dare un ultimo sguardo a Roberta ma non ce la faccio.
M’allontano quasi di corsa, con la testa nel pallone.

Torno a casa.
Mi passo una mano sul petto.
Immobile, svuotato.
Il cuore dov’è…
È caduto nell’erba… Tramortito, disseccato.

Che resti lì per un po’, per questa notte almeno, a bagnarsi di rugiada.

Where The Heart Is (Soft Cell, 1982)

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La metamorfosi dei Wilco,
vent’anni fa

Faccio un po’ fatica a fidarmi di quella storiella secondo cui diamo il meglio di noi in mezzo alle avversità. A ben guardare, gli ingredienti sono gli stessi di altri luoghi comuni o slogan motivazionali: bias cognitivo, retorica dal sapore confortante e un piccolo fondo di verità, il quale andrebbe soppesato e contestualizzato con molta cautela.

Tuttavia, uno degli album indie-rock a me più cari, nonché uno dei più apprezzati e influenti degli anni ‘10, è il frutto di innumerevoli avversità: dal licenziamento di due membri della band alla vicenda legale che ne allungò i tempi di uscita, passando per le emicranie del leader Jeff Tweedy. La band in questione sono i Wilco, l’album è invece il chiacchieratissimo Yankee Hotel Foxtrot, pubblicato esattamente vent’anni fa.

Le difficoltà del quintetto di Chicago sono ben visibili in un documentario diretto dal regista e fotografo Sam Jones [Qui], il cui l’utilizzo del bianco e nero aggiunge drammaticità all’estenuante battaglia legale con la casa discografica Reprise e al conseguente slittamento della data di uscita del disco. Tra l’altro, l’ex giornalista di Billboard Chris Morris ha definito quel documentario “uno dei migliori film sull’inevitabile scontro fra arte e mercato”.

Sta di fatto che Yankee Hotel Foxtrot è un album stralunato e difficilmente inquadrabile. Sin dai primi secondi di I Am Trying To Break Your Heart, l’intento di Jeff Tweedy è piuttosto chiaro: il già atipico country-folk dei Wilco viene destrutturato e spogliato di qualsiasi cliché, e ciò che ne resta si fonde a più riprese con il prog-rock, il gospel e un po’ di musica ambient.
Tra interferenze dissonanti e voci soffuse, il senso di smarrimento è dietro l’angolo, specialmente al primo ascolto: lo stesso smarrimento che devono aver provato i Wilco nel realizzare, e poi pubblicare, quei benedetti 52 minuti di musica.

Quindi, l’esperienza dei Wilco conferma che c’è bisogno di un ostacolo, di un antagonista o di un dramma per eccellere? Può darsi, ma non facciamoci prendere la mano. Nel caso di Yankee Hotel Foxtrot è andata più o meno così; d’altronde, in War On War è lo stesso Jeff Tweedy a ripetere, quasi come se fosse un mantra, le seguenti parole.

“You have to lose
You have to learn how to die
If you want to be alive”

Oltre la porta chiusa
…un racconto

Oltre la porta chiusa
Un racconto di Carlo Tassi

Attraente mostruosità il desiderio e la paura di sapere.
Oltre la porta chiusa, una luce sconosciuta o soltanto il buio.
Il buio che ci segue, che ci accompagna, che ci aspetta. Eternamente presente eppure inaccessibile.
Del resto cos’è mai la luce se non una piacevole menzogna?
Una bugia data in pasto agli occhi, interpreti speranzosi di messaggi illusori… i colori.
Vibrazioni elettromagnetiche. Particelle invisibili. Energia in eterna ebollizione.
Sotto la pelle, dentro i nostri sogni, negli spazi infinitamente piccoli e negli sconfinati spazi aperti.

Non c’è mai stata ragione di vedere l’incomprensibile quando lo si può immaginare.
Forse l’unico rifugio è la follia… la sola, vera arma della mente.

Ho varcato la porta.
Sono ore che cammino nel buio. Davanti a me il fascio della torcia rivela un percorso ad ostacoli tra ammassi di rottami e rifiuti maleodoranti. È necessario avanzare con cautela. Il silenzio è rotto dall’eco dei miei passi e da un costante rumore di gocce che cadono un po’ dappertutto.
È bastato un attimo di distrazione e quasi cado inciampando contro qualcosa. Punto la torcia in basso e vedo un mucchio di stracci sudici: è un uomo!
È rannicchiato lungo la parete del tunnel, con le spalle e la testa coperte da un cartone, e pare stia dormendo. L’urto del mio piede lo sveglia e con uno scatto si leva a sedere appoggiando la schiena al muro.
È a questo punto che la luce della mia torcia gli illumina il volto, o meglio, quel poco che ne rimane…
Lo vedo e non posso far altro che distogliere subito lo sguardo. È orribile!
Un indicibile terrore comincia a impossessarsi di tutti i miei sensi. Avevo già provato qualcosa di simile in passato, ma stavolta è più intenso, straziante. Per poter restare lucido devo attingere agli ultimi barlumi di ragione che ancora conservo, solo così posso impedirmi di fuggire in preda alla pazzia.
Il volto, dal mento in su, è ridotto ad uno squarcio dal quale si distinguono chiaramente rimasugli di cervello, brandelli di pelle e ossa frantumate. Occhi, naso e bocca sono spariti. Sul mento vedo, in un groviglio sfilacciato di carne e nervi sanguinolenti, la lingua e, attorno ad essa, i pochi denti rimasti della mandibola.
Ai lati di questo scempio restano un paio d’orecchi penzolanti e qualche ciuffo di capelli intriso di sangue raggrumato a testimoniare che un tempo questa era stata la faccia di un uomo.
Quest’uomo che non riesco a guardare s’inginocchia e m’afferra un braccio con entrambe le mani, come per implorare. D’istinto tento di liberarmi. Poi sento un suono angosciante provenire dalla sua gola e vedo chiaramente la lingua vibrare in quell’assurda cornice di carne straziata. Questo poveretto senza più la faccia cerca di parlarmi e, nel farlo, posso avvertirne lo sforzo indicibile e doloroso.
Ma la visione grottesca del suo volto maciullato, se pure orribile, è nulla paragonata al suono gorgogliante e metallico delle corde vocali immerse nel sangue.
Eppure, il terrore che mi ha sconvolto fin da subito si trasforma in pietà. E di fronte a tanto dolore mi pervade un senso di vuoto assoluto, disumano, che mi fa sentire impotente, del tutto inadeguato, incapace di reagire.

Avevo fatto il mio primo incontro, oltre la porta chiusa.

Adagio in Sol minore (Remo Giazotto, 1958)

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L’ossessione del sei e balle spaziali varie
…un racconto

L’ossessione del sei e balle spaziali varie
Un racconto di Carlo Tassi

Mentre distrattamente raccolgo i miei pensieri sparpagliati, confortato da gradevoli rumori di fondo, di nuovo mi chiedo perché mai il tempo funzioni a multipli di sei. Ovviamente alludo a quei miserabili di un tempo passato che adesso non ricordo. Quelli che han deciso che il tempo dovesse misurarsi in questo modo, dagli orologi ai calendari, sempre sei.
Sei per dieci fa sessanta, come i secondi in un minuto, come i minuti in un’ora. Sei per quattro fa ventiquattro, come le ore in un giorno. Sei per cinque fa trenta, come i giorni in un mese. Sei per due fa dodici, come i mesi in un anno. Multipli di sei come dicevo.
E questo pensiero mi perseguita anno dopo anno, per tutti gli anni della mia esistenza. Sarà che la somma delle cifre della mia data di nascita fa trentasei, sei per sei per l’appunto!
Non c’è scampo all’ossessione del sei. Specie quando il mio numero preferito è otto. Per qualche tempo ho perorato invano la sua causa, essendo l’otto palindromo e simbolo d’infinito. Ma non c’è stato verso, dato che da più parti è stata sollevata l’obiezione relativa all’unidirezionalità del tempo e al suo ipotetico inizio.
Quindi niente da fare, l’otto resterà soltanto il mio numero preferito e nulla più.

Altra questione che mi tormenta è quella dei rumori nello spazio siderale. Un falso galattico, come dire.
Ma come si può ragionevolmente pensare che la gente possa credere che nel vuoto cosmico esistano rumori molesti o di ogni altro tipo? Ve lo immaginate? Il rumore di un vettore a protoni o di un raggio fotonico?
Wham! Booamm! Blam! Ka-pow…
O il baccano fatto da una supernova che esplode?
Broooommmm! Kratatoooommmm…
Com’è possibile se nello spazio i rumori non esistono? Se le onde sonore non hanno nulla a cui aggrapparsi?
Il buio, il freddo, il vuoto assoluto… nel più assoluto silenzio. Esattamente come la morte!

Per questo ho scelto di restarmene buono buono a casa mia, ad ascoltare i miei rumori preferiti, nel tepore del mio termosifone, nella luce calda e soffusa della mia abat-jour, nel tempo scandito dal ticchettio del mio orologio da parete. Le fusa della mia gatta, il respiro del mio cane, le chiacchiere con mia moglie. Poi le cazzate dette in tv, come i bang bang spaziali nei film di fantascienza, tanto improbabili quanto indispensabili.
Stupidaggini come queste aiutano, in un modo o nell’altro, in un mondo e nell’altro, rumore o silenzio che sia. Il pensiero fluttua libero nello spazio profondo, regolato da un tempo impalpabile, indefinibile.
I problemi restano irrisolti, ma noi sopravviviamo lo stesso… o almeno ci proviamo.

E fanculo al numero sei!

Bang Bang Bang (Mark Ronson, 2010)


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Maub, i transistors e una rossa infame
…un racconto

Maub, i transistors e una rossa infame
Un racconto di Carlo Tassi

Il battere ossessivo delle campane e dei tamburi nelle orecchie.
Poca concentrazione, le gambe ondeggiano a ritmo di big beat.
Sto seduto davanti al pc, provo a scrivere qualcosa prima d’andare a letto, ascolto la musica in cuffia per non svegliare mia moglie che dorme beatamente sprofondata nel divano.
Kikko osserva il movimento silenzioso dei miei arti inferiori, vorrebbe abbaiare ma non lo fa.
La birra rossa bevuta a cena non ha esaurito il suo effetto: sopore mistico, desiderio tantrico e gusto di malto. Lotto a colpi di martello nei timpani contro l’incedere implacabile della sonnolenza alcolica…
Maub!

Maub è orgoglioso dei suoi virus.
Li produce gratis per gli amici, quelli che avanzano li butta.
Ma butta oggi e butta domani, la comunità dei transistors si è risentita.
Ora Maub deve correre ai ripari se non vuole esser spento.
Esser spenti in un mondo elettrico non è molto divertente, ti perdi tutto il movimento. Le particelle non ti frizzano, niente ti fa più vibrare. Nessuna ripetizione, nessun batter d’onde.
Chi è spento si perde tutto il ritmo del mondo pulsar, e addio analisi mnemoniche, indici di Gramm e frattali sonori.
Maub, cuore di silicio puro al cento per cento, non perde la speranza, non si ossida facilmente e passa al contrattacco.
Raggi gamma a tutto spiano, un fascio ripetuto all’infinito.
La luminescenza è allo spasimo, mai vista una brillanza così!

Maub è concentrato, radioso e radioattivo come mai.

Il tempo resta a guardare, sospeso.

La comunità è azzerata: stato simbiotico di poliformica ritrosia, tant’è che resta muta e apatica.
Lo spazio nanocosmico non si scompone: i transistors sono mal sopportati da tutti ormai, pigri e obsoleti come vecchi topomiceti.
Maub s’accarezza il bulbo, scarico ma soddisfatto.
Il fatto è che quelle valvole tutte imparruccate sono ormai il passato, e lui lo sa bene.

Il tempo è ripartito, e io pure.
Le sinapsi han ripreso a commutare. Di nuovo sveglio finalmente!
Cos’è successo?
Maub… nella testa ho questo nome…
Ma chi è?

Maub… mmmh…
Devo smetterla d’ascoltare certa musica e bere certa birra!

Psyché Rock (Fatboy Slim, 2009)


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Una mattina partirò
…un racconto

Una mattina partirò
Un racconto di Carlo Tassi

Aria fresca nei polmoni questa mattina. Lascio il cuscino e mi vesto.
Un sole velato fa capolino dalla finestra. Ancora una mezzoretta e il cielo si ripulirà dalle scorie della notte.
Il mondo è più leggero… decisamente interessante!

Poi una nuova voglia: voglia di andare, di respirare, di assaggiare. Di scoprire ciò che non ho mai visto prima.
È il momento. Chiudo la porta e scendo. Uno zaino di ricordi sulle spalle e qualche carezza rimasta nelle mani.
La priorità è cancellare il tuo viso, i tuoi occhi dai miei, la tua voce dai rumori del silenzio.
Via da queste quattro mura, calde di certezze incartate, zuccherate. Basta mal di denti e mal di testa perenni, pillole e caramelle, acidità di stomaco e film già visti, commedie e commedianti.
Prendo la moto: il metallo è di razza, il motore è caldo e il serbatoio è pieno.
Sotto le ruote sento il ruvido e il secco della strada. Parto e via senza voltarmi!

Seguirò l’istinto del lupo, oltre la collina e il suo bosco. Poi altre colline e boschi fino alle montagne del nord. Attraverserò ponti e confini, la strada non finirà mai.
Il cielo sarà mio fratello e veglierà su di me.

Starò da solo, io e i miei segreti. Libero di perdermi e di scomparire.
Scamperò alle trappole del cuore. Nessun controllo, nessun programma, nessun orario, nessun appuntamento e nessun dolore.
Soltanto aria per respirare, acqua da bere e terra per riposare.

Ecco il mio viaggio: andare avanti, lontano e altrove.
Andare via e non tornare più.

Drops of Jupiter (Train, 2001)


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L'INFORMAZIONE VERTICALE
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