Giorno: 11 Ottobre 2021

Dal 13 ottobre al via a Ferrara la Settimana Dantesca al via con “Paradiso con Dante e Beatrice”

 

FERRARA – Due spettacoli e diversi appuntamenti dedicati a Dante Alighieri riempiono di versi e musica il Teatro Comunale di Ferrara. In occasione del 700° anniversario della morte del sommo poeta, dal 13 al 17 ottobre il Teatro Abbado dedica all’autore della Divina Commedia la Settimana Dante, cinque giorni di eventi per celebrarne la memoria. Con degli incontri al Ridotto del Teatro Comunale il pubblico sarà condotto dagli studiosi Federico Sanguineti e Vittorio Robiati Bendaud, e dal pianista Carlo Bergamasco, in un viaggio inusuale nel mondo dantesco con cinque appuntamenti a ingresso gratuito. Spazio anche agli spettacoli con la Prima nazionale di Paradiso con Dante e Beatrice ideato e diretto da Moni Ovadia su testo di Federico Sanguineti mercoledì 13 ottobre ore 20.30, che offre una lettura di Dante alla luce di dieci studiose (da Hannah Arendt ad Adriana Cavarero, da Teresa De Lauretis a Luce Irigaray) e Paradiso canto XXXIII di e con Elio Germano e Teho Teardo, proposto in tre date: 15, 16 e 17 ottobre. Info e biglietteria: www.teatrocomunaleferrara.it e  www.vivaticket.it.

PRIMA ITALIANA Mercoledì 13 ottobre ore 20.30
Paradiso con Dante e Beatrice testo di Federico Sanguineti / ideazione e regia Moni Ovadia / Sara Alzetta e Moni Ovadia, voci recitanti / Giovanna Famulari, violoncello / Produzione Fondazione Teatro Comunale di Ferrara

Lo spettacolo Paradiso con Dante e Beatrice del 13 ottobre parte da un suggerimento volto a Moni Ovadia dal filologo dantista Federico Sanguineti: quello di parlare di Dante non in maniera dotta o intellettuale e di volgere lo sguardo a qualcosa d’inedito; non all’Inferno, ma al meno frequentato Paradiso e in particolare a Beatrice, una delle figure femminili più celebri della letteratura e poesia mondiali, la donna che prende il posto di Virgilio e guida Dante verso la Verità e la Luce. Paradiso con Dante e Beatrice offre una lettura di Dante alla luce di dieci studiose: Hannah Arendt, Enrichetta Buchli, Adriana Cavarero, Teresa De Lauretis, Joan Ferrante, Carol Gilligan, Luce Irigaray, Maria Caterina Jacobelli, Joyce Lussu e Paule Salomon.

Spiega Moni Ovadia: “È un recital che non ha come tema la lettura o la proposta di qualche particolare canto di Dante, ma si propone di seguire un percorso costruito dal filologo dantista Federico Sanguineti, docente all’Università di Salerno, che mira a cogliere alcune interpretazioni spregiudicate e originali della lettura del Paradiso, analizzando alcune sue parti in particolare il rapporto di Dante con Beatrice, e raccogliendo “interpretazioni di frontiera”. Il professor Sanguineti ci mostra la figura di Beatrice non come un’allegoria, ma come figura di donna, nel senso più pieno del termine. E la donna-Beatrice è la donna che Dante riconosce essere sua guida, suo maestro di comprensione e illuminazione, in quanto donna”. Sanguineti ha costruito i suoi commenti come se fossero parte della Commedia: “I suoi commenti – continua Ovadia – vengono letti intercalati ai brani di Dante, sono scritti in terzine di endecasillabi e questo rende la lettura particolarmente vivace e anticonvenzionale, lontano dal conformismo delle interpretazioni canoniche”.

Il reading sarà condotto dall’attrice Sara Alzetta e dall’attore Moni Ovadia, accompagnati da una straordinaria musicista, Giovanna Famulari, che seguirà la lettura non solo con il violoncello, ma anche attraverso una struttura di pedaliere, creando così delle piccole orchestre di archi. “Con questo tipo di musicalità, che va a cogliere musiche del tempo di Dante, ma anche musiche che possono avere un legame con il ritmo della lettura e dei suoi colori, si darà al reading il senso del concerto” spiega Ovadia. Per l’attore, infatti, “la sublime poesia di Dante è, infatti, anche una mirabile partitura di suoni e ritmi combinati con l’alternarsi delle parole. Per questo Dante merita di essere ascoltato nella sua interezza di significato e senso anche attraverso la straordinaria musicalità del suo poetare”. 

Da mercoledì 13 ottobre a domenica 17 ottobre

SETTIMANA DANTE: incontri al Ridotto
Al Ridotto del Teatro Comunale di Ferrara – ingresso gratuito

 Vittorio Robiati Bendaud, coordinatore del Tribunale Rabbinico del Centro Nord Italia, traduttore e saggista, condurrà due incontri, mercoledì 13 e giovedì 14 ottobre, alle ore 17 al Ridotto del Teatro, che attraverso un percorso fra le Cantiche dantesche indagherà su “La Volgar lingua e la Qabbalah. Un viaggio teologico e linguistico tra Dante e l’ebraismo”. Vittorio Robiati Bendaud prende per mano il pubblico lungo un percorso inesplorato, dove si incontrano e si fecondano a vicenda la lingua italiana ai suoi esordi – il Volgare – e l’ebraico, la mistica cristiana e quella ebraica, ma vi compaiono anche l’arabo e la mistica islamica. “Lungo il cammino suddiviso in due pomeriggi – spiega Robiati Bendaud – incontreremo Dante e lo stravagante rabbino e poeta Manoelle Giudeo, Federico II di Svevia e il filosofo Yaaqov Anatoli, Bernardo di Chiaravalle e il qabbalista Mosheh Zaccuto, Francesco d’Assisi e Primo Levi. Un appuntamento sorprendente e inedito per celebrare Dante, fare memoria e accostarsi a pagine dimenticate della letteratura italiana e di quella ebraica”.

Federico Sanguineti, ordinario di Filologia italiana e Filologia dantesca all’Università degli Studi di Salerno, condurrà due incontri venerdì 15 alle ore 18 e sabato 16 ottobre alle ore 17, Ridotto del Teatro, che riguarderanno l’uno Il ruolo pedagogico di Dante l’altro Gli autografi perduti del Poeta. Che ruolo pedagogico può avere un poeta che nel 28° canto dell’Inferno – solo per fare un esempio – usa la parola che inizia con la m?. Di questo e molto altro parlerà il 15 ottobre Federico Sanguineti, in un incontro sul ruolo pedagogico di Dante che si prevede ricco di curiosità. Si prosegue il 16 ottobre, sempre condotti dal dantista Sanguineti, il tema sarà altrettanto interessante: “A Ferrara – racconta – vorrei parlare degli autografi perduti del Poeta, per chiederci in che misura siamo consapevoli del fatto che non abbiamo nessun autografo di Dante e che il suo testo è ricostruito”. Per finire, domenica 17 ottobre alle ore 11 il pianista Carlo Bergamasco, introdotto da Ida Zicari e da Michalis Traitsis, sarà protagonista di un concerto in onore del sommo Poeta fiorentino.

Venerdì 15, sabato 16 ore 20.30 e domenica 17 ottobre ore 16

Paradiso canto XXXIII di e con Elio Germano e Teho Teardo

Conclude la settimana dantesca l’atteso spettacolo Paradiso canto XXXIII di e con Elio Germano e Teho Teardo, proposto in tre date; 15, 16 e 17 ottobre. Drammaturgia di Elio Germanodrammaturgia sonora di Teho Teardo con Laura Bisceglia al violoncello e Ambra Chiara Michelangeli alla violaregia di Simone Ferrari e Lulu Helbæk. Una coproduzione Fondazione Teatro Comunale di Ferrara.

Ufficio Stampa Teatro Comunale Claudio Abbado

FESTIVAL DI DANZA CONTEMPORANEA 2021:
a Ferrara “La rivolta degli oggetti” e “il fantasma della libertà”

 

FESTIVAL DI DANZA CONTEMPORANEA 2021
La Gaia Scienza: La rivolta degli oggetti e “il fantasma della libertà”

 La ‘reunion’ de La Gaia Scienza per Progetto RIC.CI. A 45 anni dal debutto arriva a Ferrara lo spettacolo tratto dall’opera di Vladímir Majakóvskij, con testi e regia di Giorgio Barberio Corsetti, Marco Solari e Alessandra Vanzi, riallestito all’interno del Progetto RIC.CI con Fattore K 2019. La rivolta degli oggetti è uno spettacolo dirompente che ha affascinato subito spettatori e critica per il suo rapporto tra poesia e rivoluzione, tra rivoluzione sociale ed estetica, tra avanguardie storiche e arte contemporanea.

 Martedì 12 ottobre, ore 20.30 – 45 anni dopo la sua prima messa in scena – arriva al Teatro Comunale di Ferrara “La Gaia Scienza – La rivolta degli oggetti”. Tratto dall’opera di Vladímir Majakóvskij con testi e regia di Giorgio Barberio Corsetti, Marco Solari e Alessandra Vanzi, e interventi scenografici di Gianni Dessì, si tratta infatti di uno spettacolo del 1976, riallestito all’interno del Progetto RIC.CIcurato da Marinella Guatterini e di cui anche Fondazione Teatro Comunale di Ferrara fa parte insieme ad altre realtà di rilievo del panorama nazionale. A più di quattro decadi di distanza, i tre artisti della Gaia Scienza (Barberio Corsetti, Solari e Vanzi) si riuniscono per riallestire La rivolta degli oggetti per riportare alla luce uno spettacolo destinato a diventare un riferimento per la controcultura romana degli anni Settanta. La loro prima opera del 1976 passa ora il testimone a tre giovani performer (Dario Caccuri, Lorenzo Garufo e Zoe Zolferino), dando vita a un incontro fra epoche, corpi ed esperienze differenti. Una produzione di Fattore K 2019 in coproduzione con Teatro di Roma – Teatro Nazionale, Romaeuropa Festival ed ERT Emilia Romagna Teatro Fondazione. Per info e biglietti: Biglietteria del teatro in corso Martiri della Libertà 5, www.teatrocomunaleferrara.it e  www.vivaticket.it.

Presentato per la prima volta nel ‘76 al Beat 72, luogo di riferimento della controcultura romana del tempo, La rivolta degli oggetti de La Gaia Scienza torna in scena. Lo spirito del progetto lo spiega Marinella Guatterini: “Il “come eravamo”, tema fondante del Progetto RIC.CI – ovvero, la ricostruzione delle coreografie contemporanee di fine Novecento –, ha stavolta per spettacolo di recupero La rivolta degli oggetti della Gaia Scienza. Giorgio Barberio Corsetti, Marco Solari e Alessandra Vanzi, che furono gli animatori di questo gruppo cult negli anni Settanta, tornano così a rimontare la loro prima opera del 1976 per tre giovani performer. Ispirato alla prima tragedia in versi “Vladimir Majakovskij”, La rivolta degli oggetti abita uno spazio surreale – realizzato in collaborazione con il pittore e scultore Gianni Dessì – fatto di violini senza corde, cappotti, una pistola e una stella rossa. Mappa poetica di simboli e allusioni per raccontare l’utopia e il dolore nella trasformazione del mondo e l’agognato fantasma della libertà”.

A conferma della notorietà acquisita da RIC.CI a livello nazionale, la decima ricostruzione di RIC.CI – Reconstruction Contemporary Choreography Anni’80/’90 è stata chiesta ed accettata dal famoso regista Giorgio Barberio Corsetti, attuale direttore del Teatro di Roma, e dal nucleo del noto e scomparso gruppo La Gaia Scienza composto anche da Alessandra Vanzi e Marco Solari, come ricostruzione aggiunta. Nel 1976, infatti, si rivelava al pubblico una compagnia di giovani artisti, La Gaia Scienza, con uno spettacolo dirompente che affascinò subito spettatori e critica: La Rivolta degli Oggetti. La rivolta degli oggetti è uno spettacolo dirompente che ha affascinato subito spettatori e critica per il suo rapporto tra poesia e rivoluzione, tra rivoluzione sociale ed estetica, tra avanguardie storiche e arte contemporanea. Il rapporto tra poesia e rivoluzione, tra rivoluzione sociale ed estetica, tra avanguardie storiche e arte contemporanea si distillavano in un’ora di pura poesia. Lo spettacolo trovava l’essenza di gestualità e parola, di slancio ed energia, in una sintesi tra teatro danza e arte visiva di grande impatto emotivo e leggerezza. Il modo stesso di creare lo spettacolo che partiva da un’idea di forte individualità e di totale collaborazione senza la divisione di ruoli era parte della sua struttura. Così lo spettacolo non era solo un racconto sulla libertà e sull’utopia della trasformazione del mondo, ma anche il frutto di un processo artistico libero e in costante trasformazione. Oggi un nuovo gruppo di attori abita la scena e gli “oggetti in rivolta”, come nell’omonimo poema di Majakovskij, fuggono il senso narrativo di essa per restituirla a una nuova dimensione percettiva.

NOTE DI DRAMMATURGIA
Il desiderio di riproporre La rivolta degli oggetti, primo spettacolo della Gaia Scienza dopo così tanti anni dal suo debutto il 24 marzo 1976 al Beat 72, nasce dal fascino della sua struttura estremamente leggera e non codificata: l’ora esatta della sua durata erano riparti unicamente in una prima parte di quaranta minuti di movimenti e luci di taglio date da diaproiettori senza immagine e successivi venti successivi sulle corde stese nello spazio e luci al neon.

Non c’erano ruoli definiti, personaggi e interpreti, il testo stesso – una selezione di frasi dalla tragedia di Majacovski – era ‘materiale non verbale’ da prendere e lasciare ripetere o omettere in liberissima e continua improvvisazione. Lo spazio era affidato alle nostre sensibilità individuali e alla capacità di generare ogni sera in modo differente associazioni e dissociazioni nella velocità dei corpi e degli sguardi dei movimenti in dialogo con lo spazio e i pochi oggetti. Impensabile quindi ‘rifarla’.

Nel decennale cammino della Gaia Scienza siamo arrivati con gli ultimi due spettacoli Gli insetti preferiscono le ortiche e Cuori strappati a creare delle partiture molto precise che – quelle sì – si potrebbero agevolmente ricreare (al di là di un ben più gravoso impegno nel ricostruire l’ambientazione naturale degli Insetti o la complessa macchina scenica dei Cuori). Ma ci è parso più interessante riandare a quel momento nietzschianamente aurorale per ragionare di nuovo insieme anzitutto tra noi tre dopo trentacinque anni di strade e percorsi separati su quel lavoro che per ognuno di noi ha costituito un punto di partenza importante, fondante. Era un esito di un rapporto di amicizia e di affinità d’interessi e gusti, l’elaborazione di uno stile e di un linguaggio comune, fisico e mentale assieme, un percorso di prove e di vita insieme, in una dimensione di grande libertà nella quale ognuno trovava il suo spazio, i suoi tempi. Senza una regia né di uno né di tutti. Cosa che sembrava e sembra strano, al limite del concepibile.
Se quindi una ricostruzione filologica è impensabile perché equivarrebbe a rifare ciò che non veniva replicato, riprodotto di sera in sera, ma di sera in sera piuttosto prodotto nuovamente (cosa ben diversa), quello a cui ci accingiamo è creare le condizioni per trasmettere un’esperienza, reinventando il gioco scenico utilizzando alcuni dei materiali originari (le parole di Majacovski, l’idea di sospensione, i rimandi di frammenti di spazio tramite specchi rotti, qualche oggetto, qualche taglio di luce, qualche brano registrato), consegnando a dei giovani attori e danzatori gli oggetti da rivoltare, che sono appunto quei materiali – ed eventuali altri – ma anche i concetti, i pensieri, gli stimoli che erano tutto il non-detto dello spettacolo, la sua sostanza immateriale.

Giorgio Barberio Corsetti, Marco Solari, Alessandra Vanzi

Video di Giorgio Barberio Corsetti che presenta brevemente lo spettacolo:
https://drive.google.com/file/d/15M1rGq7ZzIdWo4_X_O1Vk58yyQElzp5Y/view?usp=sharing

Cover: La Gaia Scienza in “La rivolta degli oggetti” 

MORTI SUL LAVORO.
Un dramma senza fine. Con molti responsabili.

Dal primo gennaio 2021 ad oggi (29/09/2021) ci sono stati in Italia 680 morti sul lavoro (Rai News 24). Le cause sono spesso legate a mancanze nei sistemi di sicurezza dei macchinari usati per la produzione.
Negli anni che vanno dal 2015 al 2019 ci sono stati in media 642 mila incidenti sul lavoro annuali: il 2015 è stato l’anno con meno incidenti, 637 mila, e il 2017 quello con il maggior numero, 647 mila. In media sono decedute sul lavoro 1.072 persone all’anno, senza particolari differenze tra gli anni (fonte INAIL).

Gli infortuni sul lavoro riguardano principalmente gli uomini: negli anni dal 2015 al 2019 sono stati 1,15 milioni per le donne e 2,06 milioni per gli uomini. Per quanto riguarda gli infortuni con esito mortale, gli uomini sono colpiti dieci volte di più rispetto alle donne: 4.869 contro 489. La differenza è probabilmente attribuibile ai diversi lavori svolti dai due generi. (sempre fonte INAIL)
Più di mille morti all’anno, con un trend che sembra aumentare invece che diminuire, sono un dramma senza attenuanti.
Credo sia fondamentale cercare di capire quali siano le cause di questo fenomeno tristissimo e portarle alla riflessione del mondo politico e imprenditoriale in maniera più decisa di quanto non lo si sia riuscito a fare fino ad ora.

Spesso la morte è causata dalla manomissione dei sistemi di sicurezza dei macchinari usati in azienda. Per quali motivi si manomettono i sistemi di sicurezza? Per aumentare la produzione, per far sì che le macchine vadano più velocemente, che le presse non si fermino ogni volta che i sensori registrano qualche movimento anomalo, che le cucitrici continuino comunque a far scendere l’ago alla stessa velocità, che ci si possa avvicinare ai macchinari senza che questi si fermino per rimediare subito a qualche svista (magari un pomodoro piccolo è finito sullo stesso nastro di quelli grandi), etc.

Se è vero che la produzione deve mantenere determinati standard per far sì che l’azienda sia competitiva sul mercato e che, soprattutto in alcuni settori, l’uso di tutti i dispositivi di sicurezza la pone nelle condizioni di risicare il profitto, è altrettanto vero che se un’azienda per sopravvivere deve manomettere i suoi impianti di sicurezza non ha la dignità di vivere, né tantomeno di stare su quel fantomatico mercato che dovrebbe essere nelle condizioni di autoregolarsi.

L’autoregolazione del mercato, quell’istituto sovra-nazionale che pervade la vita di tutti e non sta da nessuna parte, dovrebbe determinare un equilibrio tra esigenze produttive, bisogni dei lavoratori, necessità degli acquirenti e prezzi all’ingrosso e al dettaglio.
Mi vien da ridere, il mercato non si autoregola e la produzione viene spinta al suo limite massimo per diversi motivi: accantonare produzione per i momenti di stasi delle vendite, produrre profitto per il proprietario, aumentare l’utile che può essere spartito tra i soci. Soprattutto nelle S.p.a., ma in maniera meno visibile anche in altre tipologie societarie travestite da novello umanesimo, la mancanza di spartizione degli utili tra i soci per più anni successivi determina una forte ridistribuzione delle quote societarie che può causare sia un serio problema negli assetti organizzativi, sia una oscillazione di capitale capace di distruggere l’azienda.

Spesso si manomettono i sistemi di sicurezza per questioni di sopravvivenza dell’azienda. Esistono settori dove il margine di guadagno sul singolo “pezzo” prodotto è talmente basso che per garantirsi il minimo introito che serve a continuare a produrre, diventa gioco-forza manomettere quelle sicure che non sembrano così essenziali per la salute. (Per poi scoprire che tali manomissioni ti ammazzano).

Pensiamo a una filiera tessile dove si producono camice. Ad un laboratorio artigianale, una camicia finita con tanto di marchio già cucito viene pagata al massimo 8-10 euro e può essere venduta sul mercato fino a 250 euro. Questa differenza suscita diverse riflessioni.

Ad esempio: il fatto che il ‘grosso’ del guadagno si sia spostato sul riveditore ultimo, spesso una “grande firma” quotata in borsa che deve fatturare all’inverosimile, da qui la strozzatura della produzione di primo livello, lo stress di chi lavora in catena che non può fermarsi nemmeno per andare in bagno (se non nelle pause prestabilite), l’espulsione dal mercato di tutti quei soggetti che non sanno mantenere ritmi di lavoro imposti dal sistema produttivo.

Ci sono aziende che si sono trasformate in macchina da guerra che non sa più fermare nessuno. Tutti sono incastrati nei loro “ruoli produttivi” e nessuno riesce più a uscirne.
Si mescolano esigenze produttive, necessità economiche “alte” della proprietà volte a mantenere degli “status acquisiti” che non si vogliono (o possono) abbandonare, necessità di chi lavora in catena di portare a casa lo stipendio, a volte essenziale per i beni di prima necessità e a volte imposto da un mondo capitalista che non sa rinunciare a niente e che spinge tutti a livelli di consumo sempre più alti, riuscendo a rendere necessario ciò che di fatto non lo è.

Il secondo aspetto che mi sembra davvero rilevante quando si tratta il tema degli incidenti sul lavoro è quello dei controlli sull’effettiva sicurezza degli impianti, delle macchine, delle attrezzature e delle infrastrutture.
Chi controlla chi per fare cosa?.
Esistono, almeno sulla carta, moltissime forme di controllo sulle modalità produttive delle aziende. Dalla AUSL, alle certificazioni di vario tipo, alle Agenzie del lavoro… sembrerebbe che tutto sia controllato in maniera assidua e regolare.
Ma ciò che sembra di fatto non è. I controlli sono spesso di tipo burocratico, si sa prima quando arriverà il controllore e le sicure delle macchine vengono rimesse al loro posto.

I sistemi di certificazione della qualità che, in quanto tali, dovrebbero essere una ulteriore garanzia di buona qualità lavorativa, sono spesso pacchi enormi di carta posizionata in un archivio che nessuno apre mai, nessuno sa nemmeno cosa davvero ci sia scritto.
In altri casi questi fantomatici controlli si accaniscono su sciocchezze e non sanno arrivare al cuore del problema, non lo intercettano neanche.

Nessuna considera, da dento l’azienda, queste forme di verifica e protezione uno stimolo per crescere, per imparare ad essere più garanti sulla qualità del lavoro.  Sono solo semplici adempimenti, se non delle assolute seccature che interferiscono con la normale routine rallentando la produzione. I controlli per la sicurezza sono vissuti come un problema da eludere per continuare a produrre in maniera efficiente. (ovviamente non è tutto così e non è sempre così).

Un terzo problema è quello del potere politico e contrattuale dei sindacati e, più in generale, dei vari organismi di rappresentanza. Cosa fanno?
Sono considerati l’ennesima seccatura e non solo dai dirigenti d’azienda ma anche dagli operai che pensano di non aver nulla da dire a ‘quelle persone’ che non hanno potere contrattuale e nessuna capacità di difendere i loro diritti. Ci sono aziende in cui gli operai che hanno responsabilità sindacali sono ‘amici della proprietà, gli accordi li fanno tra loro e si spartiscono quel poco lustro che ne deriva (non è sempre così ovviamente).

Mi chiedo infine che rapporto ci sia tra la necessità di produrre senza scrupoli e le relazioni interpersonali facilitate dalle caratteristiche del mondo in cui viviamo.
Viviamo nell’epoca del  consumismo smodato dove conta chi possiede di più, dove si è verificata l’assunzione della merce a Dio mercato, la necessità di costruire identità individuali e collettive legate alla dimostrazione del possesso esclusivo e elitario, l’incapacità di vedere chi ha bisogno, chi soffre, chi è escluso. Tale esclusione riguarda le persone più deboli, meno in possesso di quei requisiti che servono per stare a galla in questo mondo ricco.

Faccio di nuovo un esempio: per trovare lavoro bisogna spesso andare al Centro per l’impiego, a un agenzia di lavoro interinale, seguire corsi di formazione, processi di inserimento lavorativo che adempiono a i  tutti i dettami super-burocratici che il sistema erogatorio  impone, frequentare uffici, compilare correttamente moduli, sopportare lo stress di dover telefonare e chiedere continuamente spiegazioni a interlocutori tanto sconosciuti quanto indifferenti.
Queste persone vengono escluse dal mondo del lavoro per il semplice motivo che le soglie di tale mondo non sono alla loro portata.

Tutto questo ha a che vedere con i morti sul lavoro, con le macchine manomesse, con le apparecchiature obsolete che si rompono improvvisamente spargendo veleno su chi le sta riparando, uccidendolo sul colpo, facendo divampare incendi che non riuscirebbe a spegnere nemmeno un’autobotte dei pompieri già posizionata sul luogo dell’incidente, riempiendo l’aria e l’acqua dei nostri cieli, dei nostri mari e dei nostri fiumi di sostante tossiche che distruggono la flora e la fauna e aumentano l’incidenza di gravi malattie nelle fasce giovani della popolazione.

E’ il mondo fatto così che porta a un necessario e continuo aumento degli standard di produzione, che facilita la manomissione delle macchine, la fasullità dei controlli, la difficoltà degli organismi di rappresentanza e l’accettazione da parte di chi lavora di quelle uniche condizioni ritenute utili per portarsi a casa lo stipendio.

Po,i in mezzo a tutto ciò, ci sono anche gli incidenti veri e proprio, le sviste che possono capitare e anche le azioni in buona fede che solo il caso sa trasformare in eventi nefasti.
Penso anche che sia necessario lavorare sul senso civico delle persone, sull’aumento della consapevolezza.
Denunciare le irregolarità è un dovere di tutti se vogliamo provare a costruire una società che seppur produttiva e capitalista (perché questo è il contesto nel quale ci troviamo) sappia recuperare quel senso di fratellanza, di reciprocità, di civiltà e lungimiranza che ci permetterebbe  di porre un freno a questa emorragia di vite umane, tanto triste quanto apparentemente inarrestabile.

GRANDI OPERE e ALTA VELOCITÀ:
trionfa la finanza e l’oligarchia industriale

Nella vita mi sono occupato soprattutto di trasporti e mobilità essendo stato ferroviere; ho imparato che anche guardando il mondo e la società da un settore molto parziale è impossibile non confrontarsi con le politiche economiche e sociali sia nazionali che globali. À

Assieme ad amici e colleghi abbiamo vissuto i grandi cambiamenti avvenuti negli anni ‘90 che hanno visto affermarsi il modello TAV sia nei trasporti che nell’economia italiana; non abbiamo potuto fare a meno di constatare che quei profondi cambiamenti andavano assieme ad una ristrutturazione del mondo del lavoro ed a politiche che favorivano spudoratamente gli aspetti finanziari e gli interessi di una oligarchia industriale in crisi che trovava nell’invenzione dell’idea delle ‘Grandi Opere” – spesso sovradimensionate o inutili, molto diverse da quelle che hanno interessato il periodo precedente – una via sicura ed efficace di finanziarsi direttamente da risorse pubbliche.

Abbiamo constatato come la progettualità trasportistica stava passando dalle istituzioni pubbliche direttamente nelle mani delle grandi imprese collegate al sistema bancario, dove il ruolo politico diventava semplicemente quello di coordinamento e facilitazione per i desiderata del sistema privato.

La triste anomalia vista nel mondo dei trasporti era ed è solo un pezzo di una progressiva ristrutturazione economica generale; logiche simili  sono attente solo a garantire che crescita e profitti non trovino ostacoli, nemmeno quelli imposti dai limiti di un pianeta finito.

Nei decenni passati, le crisi e le catastrofi (terremoti, inondazioni, frane…) sono state sempre occasione non per risolvere i problemi, ma per smantellare pezzi di un sistema di welfare e di gestione del territorio al servizio della collettività; non che prima dell’era neoliberista fosse il paradiso, tutt’altro, ma negli ultimi decenni l’assalto dell’oligarchia è stato violentissimo.

La conferma la vediamo dalla gestione della crisi creatasi con la sindemia da covid-19; tutto pareva non dover essere come prima, ma purtroppo le speranze si sono trasformate in incubo.
Tutto il panorama politico si è piegato ai diktat degli interessi dell’élite lasciando increduli anche i più tenaci sostenitori del voto al ‘meno peggio’; le istituzioni ormai sono vuoti simulacri, il cosiddetto ‘governo dei migliori’ ha imposto la sua agenda senza alcun dibattito. Solo qualche raro mal di pancia e una falsa opposizione di destra.

Stanno nascendo le ‘riforme’ che vuole l’Europa e un programma di investimenti che, se non è scritto direttamente dalla Confindustria, certamente ne accontenta gli istinti più profondi.

Qua non si tratta di ideologia, ma dell’osservazione empirica di cosa accade anche a livello locale. Nella Toscana in cui vivo la politica del Partito Democratico – e di una opposizione che si lamenta solo di come si tutelino troppo poco gli interessi delle imprese – incarna perfettamente lo spirito di questo tempo.
Nei mesi passati, nelle sale della Regione Toscana si sono susseguiti intensi incontri tra politici, esponenti di Confindustria e fondazioni bancarie: lì si sono decise le sorti dei fondi del PNRR previsti, alla faccia della tanto sbandierata ‘partecipazione’.

In questo quadro di restaurazione sociale ed economica, la cosiddetta ‘transizione ecologica‘ non è solo un vuoto bla-bla-bla, ma una ghiotta occasione per mettere le mani su un gruzzolo fornito – poco generosamente – dall’Unione Europea. Che molti di quei soldi diventino in futuro debito pubblico non interessa, bene trasformare subito il malloppo in profitti e lasciare poi che siano i cittadini a ripagare i debiti. Intanto si prendono i soldi, poi ci rimprovereranno che abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità.

Che la transizione ecologica si trasformerà in distribuzione a pochi di risorse pubbliche, lo si vede guardando ai progetti messi in campo: la “mobilità sostenibile” prevista è smentita dalla scelta di grandi progetti di alta velocità.

Sono progetti che richiedono lavori imponenti, soprattutto la linea prevista a sud; ci si affida alla retorica del trasporto su ferro, ma non si fa mai il calcolo di quanta CO2 viene prodotta nello scavare gallerie, nel fare grandi colate di cemento e nel consumo energetico per raggiungere alte velocità.

Basta una spolveratina di verde per rendere tutto ‘sostenibile’.

Che poi la maggior parte del trasporto su ferro sia su brevi e medie distanze, cioè per i pendolari, è cosa che si ignora da decenni e niente cambia in questa presunta transizione.

Non ci si vuol nemmeno ricordare che oggi le grandi infrastrutture sono uno dei comparti dove si creano meno posti di lavoro, ma si presentano questi mega progetti come meccanismi di redistribuzione di ricchezza. Niente di più falso: come ci insegnava l’ “ingegnere comunista” Ivan Cicconi [Vedi qui] le grandi opere inutili sono un keinesismo a rovescio, per i ricchi, non per i poveri.

Alla fine di settembre si è tenuta a Genova una sessione del G20 dedicata alle infrastrutture, dove la retorica è grondata doviziosamente. Si è ancora inneggiato al ‘modello Genova’, con cui è stato ricostruito il ponte crollato sulla città, da applicare a tutte le opere previste, nonostante le forti critiche di tanti movimenti, esperti e anche del presidente dell’ANAC.

Per contro,  del disastro infrastrutturale dovuto alla grave carenza di manutenzione non si parla più.
Anzi, il colosso delle costruzioni Webuild (nuovo nome della Salini Impregilovuole accaparrarsi anche la manutenzione di tutte le strade italiane; si rafforzerebbe un monopolio privato, distruggendo un gran numero di piccole imprese che oggi garantiscono il servizio, anche se in maniera insufficiente.

L’emergenza in cui viviamo ha consentito che nel DL 77/2021, all’articolo 44, si prevedessero “semplificazioni” tali da potersi definire deregolamentazione degli appalti e dei processi di approvazione dei progetti.
Nessuno vuol vedere che molti cantieri non sono fermi per la burocrazia, ma per gli errori progettuali dovuti a insufficienti controlli.

Il 30 settembre – il giorno dopo l’incontro tra il governo italiano e Greta Tunberg – un gruppo di qualche decina di giovani ambientalisti a Milano ha provato a fare un presidio al passaggio di Draghi; immediati i manganelli si sono levati in risposta per disperdere i pacifici ragazzi.
Sarà bene ricordare cosa ci dicevano persone come André Gorz e Alex Langer: se non accompagniamo la conversione ecologica con profondi cambiamenti sociali andremo verso una triste forma di ecofascismo.

Qua pare che di ecologico ci sia molto poco, forse ci rimane solo un nuovo fascismo.

Nota: questo articolo è uscito il 10.10.2021 sulla rivista online La Città invisibile dell’associazione perUnaltracittà di Firenze.

Il terribile disastro

Siamo ancora tutti sconvolti, spaventati e disorientati dal terrificante down di Facebook, Instagram e Whatsapp di questo lunedì.
Adesso possiamo dire che conosciamo un nuovo tipo di dolore.
Non mi vergogno ad ammettere che personalmente, appena mi sono accorto che era tutto bloccato, ho iniziato a tirare delle testate contro il muro del bagno.
Dopo circa mezz’ora di testate mi sono quindi rannicchiato in posizione fetale ai piedi del letto mentre il gatto mi guardava strano.
Circa un’ora dopo mi sono risvegliato e mi sono accorto che il gatto saggiamente dormiva.
Mi aspettavo un minimo cenno di empatia da parte del gatto ma è proprio vero: le bestie non conoscono il profondo dolore che conosciamo noi umani.
A quel punto mi sono diretto verso la cucina a bere dell’acqua ma non sapevo più come si tiene in mano un bicchiere.
Sono dunque andato a sedermi sul divano a cazzeggiare un po’ con una vecchia tastiera Casio.
Ho suonato per un buon 45′ due sole note con sotto un accordo.
Poi mi sono alzato nuovamente per andare a prendere tutti i pedali che avevo in casa, sono tornato al divano e ho attaccato tutto alla tastiera.
Ho regolato distorsore, riverbero, delay, flanger e pure un overdrive per basso e ho seguitato a suonare ancora quelle due note con sotto quell’accordo fino a quando il tutto è diventato un pastone senza forma che si suonava da solo.
Ho lasciato allora che quel loop infernale e risonante rimbombasse autonomamente per tutta la casa, poi mi sono alzato per vedere se nel frattempo avevo reimparato a tenere in mano un bicchiere e no, niente.
Mi sono accorto però che vicino al fornello era rimasta mezza bottiglia di pastis ed è lì che ho avuto l’illuminazione: ho quindi riempito un bicchiere di ghiaccio, ci ho versato del pastis fino a quando ho potuto vedere il bicchiere mezzo pieno e ho completato il tutto riempiendolo poi di acqua fino all’orlo.
Ho atteso allora 10″ e ho provato a sollevare il bicchiere e – sorpresa – ero di nuovo capace di svolgere questa basilare attività: sapevo ancora tenere in mano un bicchiere.
Spero che nessuno abbia mai provato un dolore anche solo lontanamente paragonabile a quel che è stato il dolore di quella giornata che ricorderemo tutti come il giorno in cui saltarono per così tante ore Facebook, Instagram e Whatsapp.
Buona settimana a tuttə e soprattutto: speriamo che non succeda più!
Cordiali saluti e via col pezzo della settimana.

Der räuber und der prinz (DAF, 1981)

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