Giorno: 30 Gennaio 2021

PRESTO DI MATTINA
Shemà Israel

Shemà Israel: «Ascolta, [o] Israele! Il Signore è il nostro Dio, unico è il Signore. Tu amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze» (Dt 6,4); «Non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo fratello; ma amerai il tuo prossimo come te stesso. Io sono il Signore» (Lv 19,17). Sono parole, queste, fatte per resistere nella memoria e fissarsi nel cuore. Ma soprattutto da mettere in pratica come una preghiera da attuare incessantemente nella vita. Parole da tenere appresso quando si cammina, ci si corica e ci si alza; abbracciate alle nostre mani, poste davanti agli occhi, scritte sulle porte di casa e della città, con noi sempre perché le si possa ascoltare e praticare ininterrottamente.

Questo diviene pure l’ascolto di una memoria: la testimonianza di una storia in cui continua ad ardere, come in un roveto che mai si consuma, una promessa di futuro, capace di riscattare il presente perduto. Promessa di una fedeltà per sempre, di un amore che, quando si risveglia, diviene liberazione e riscatto del sangue innocente, proprio là dove ogni speranza pareva vana e il futuro ormai negato per sempre.

Desolazione e lamentazione nazionale, disperazione e invocazione di un popolo oppresso e innocente narra il salmo 44 (43). Il rabbino Abraham Joshua Heschel (1907-1972) ha scritto: «Vi sono momenti in cui non affrontiamo altro che disfatte, in cui la fede non deve sopportare altro che orrori, ciononostante ad onta dell’angoscia e del terrore non siamo mai sopraffatti dall’estremo sgomento. “Anche se Dio volesse schiacciarmi, stendere la mano e sopprimermi! Questo sarebbe il mio conforto, e io gioirei, pur nell’angoscia senza pietà, perché non ho rinnegato i decreti del Santo” (Giobbe 6, 9-10). Nei deserti della disperazione zampillano le sorgenti. È questo l’insegnamento della fede: “Giaci nella polvere e nutriti di fede”» (L’uomo non è solo, Milano 1970, 161). Da questo salmo sale l’antico e costante respiro di dolore degli ebrei, perseguitati in tutti i secoli, ma trae forza, con esso, anche il grido degli oppressi di tutti i tempi: «Tutto questo ci è accaduto e non ti avevamo dimenticato, non avevamo rinnegato la tua alleanza. Non si era vòlto indietro il nostro cuore, i nostri passi non avevano abbandonato il tuo sentiero; ma tu ci hai stritolati in un luogo di sciacalli e ci hai avvolti nell’ombra di morte. Se avessimo dimenticato il nome del nostro Dio e teso le mani verso un dio straniero, forse che Dio non lo avrebbe scoperto, lui che conosce i segreti del cuore? Per te ogni giorno siamo messi a morte, stimati come pecore da macello». Sono pure le parole del salmo 44 recitate nell’ufficio liturgico delle letture del giovedì della II e della IV settimana. E ogni volta che lo si rievoca è impossibile non rimanere nell’animo sgomenti di fronte al respiro soffocato, al dolore delle sorelle e fratelli ebrei; animo che si acquieta un poco solo in quello “Shemà Israel” che sussurro ogni volta in me, tra le parole del salmo a rinnovare l’ascolto profondo, (ob-audio), l’obbedienza alla parola appunto e così avere parte a una fede che nell’ascoltare e praticare non viene meno perché scaturisce, perenne, come da sorgente cristallina, da Abramo nostro padre nella fede.

Shemà Israel. È questo, allora, un invito all’ascolto incessante non solo per Israele ma comune a tutte le religioni bibliche. Ascolto che decentra l’uomo da se stesso, dall’illusione mortale di considerarsi come un assoluto, come un Dio, anzi sostituendosi a Dio. Ricordo un film documentario di Erion Kadilli, del 2010 in cui si racconta la folle vita di un mercenario italiano, dal titolo Sono stato Dio in Bosnia. L’ascolto della memoria impedisce l’evaporazione del passato, il soffocamento nel presente e si riscopre così un’apertura nello spazio dell’altro, come spazio di futuro, la sua storia e il suo destino come legato al tuo, la sua dignità come la tua, voce senza voce, che anche nel silenzio non riesce a asfissiare la domanda: “dov’è tuo fratello?”

Rimanere in ascolto della memoria è allora tornare a respirare: come un seme che buca la terra con lo stelo; appena un filo d’aria, appena. Così le promesse seminate nella terra della memoria ‒ il credere storico di Israele ‒ bucano anche il “presente senza via di fuga”, tornando a respirare nel futuro di Dio.

Quella di Israele è memoria messianica, testimonianza di elezione e di liberazione in una prospettiva di alleanza rivelatasi nella storia di un popolo, ma destinata a irradiarsi, beneficiare e sostenere la speranza di tutti i popoli. La memoria biblica non si chiude nel passato ma è prospettica: non è un ricordare inerte, uno stare a guardare con rimpianto e nostalgia i bei tempi passati; neppure è un ascolto passivo, ma è un fare, di più: un ‘darsi da fare’ per mettere in pratica la parola ascoltata.

Dio stesso si fa e divieneAscolto’: “ti ascolto Israele”; in ascolto soprattutto del grido degli oppressi, e si dà da fare pure lui in un crescendo di verbi ‘in transito’ nel racconto dell’Esodo che manifesta la sua azione, il suo esserci e farsi ‘compagnia’ del suo popolo afflitto nella storia: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sovrintendenti: conosco le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dal potere dell’Egitto e per farlo salire da questa terra verso una terra bella e spaziosa, verso una terra dove scorrono latte e miele. “Ecco, il grido degli Israeliti è arrivato fino a me e io stesso ho visto come gli Egiziani li opprimono. Perciò va’! Io ti mando dal faraone. Fa’ uscire dall’Egitto il mio popolo, gli Israeliti!” Mosè disse a Dio: “Chi sono io per andare dal faraone e far uscire gli Israeliti dall’Egitto?” Rispose: Io sarò con te”».

La memoria storica del credo d’Israele la troviamo in Dt 26, 11-10: «Mio padre era un arameo errante. Scese in Egitto. Visse là forestiero. Divenne numeroso. Gli Egiziani ci imposero una dura schiavitù. Gridammo a Jhvh, Dio dei nostri padri, e Jhvh ascoltò il nostro grido. Ci condusse fuori dall’Egitto con mano potente e braccio teso e ci diede questa terra dove scorre latte e miele» (Dt 26, 5-10).

«La prima cosa che salta agli occhiscrive Aldo Bodratoè che il testo ci presenta l’agire divino come l’intervento di un gohèl, di una potenza parentale protettrice e vindice. La seconda cosa è che tutto ciò non si risolve nella restaurazione dello stato precedente, ma crea una trasformazione inattesa nel destino degli uomini in gioco, li fa passare da figli di un senza patria, da schiavi, a liberi beneficiari di una terra. Li trasforma in un popolo cosciente dei suoi debiti verso il suo Dio e dei propri doveri di ospitalità e di rispetto verso deboli e stranieri. È il tema del Dio liberatore e promotore di una comunità capace di libera equità ed è tema che emerge, come proclamazione di un evento che, meraviglia inaudita, accende una luce nel caos della storia e rende possibile indirizzarla su strade diverse dal puro e semplice affermarsi del brutale dominio della forza. Nega il nome affermando una presenza. Un esserci che non è uno stare, ma un agire e che non si esaurisce in nessun evento presente, passato e futuro, perché è più che essere e che evento. È compagnia».

Per Edith Bruck ogni giorno è giorno della memoria. “La memoria è vita e la scrittura è respiro, è luce pure perché risplende nel buio profondo e insensato dello sterminio”. È per lei come il pane quotidiano, ricorda che l’ultimo gesto di sua madre su quel treno che andava ad Auschwitz fu regalare una fetta di pane a una donna che allattava un neonato. In un’intervista afferma: “Per me il credo è non fare distinzione tra esseri umani e, credere è pure un grandissimo impegno civile”. Il suo recente libro, Il pane perduto (Milano 2021), si chiude con una preghiera: «Oh, Tu, Grande Silenzio, se Tu sapessi delle mie paure, di tutto ma non di Te. Se sono sopravvissuta, avrà un senso. No? Ti prego, per la prima volta ti chiedo qualcosa: la memoria, che è il mio pane quotidiano, per me infedele fedele, non lasciarmi nel buio, ho ancora da illuminare qualche coscienza giovane nelle scuole e nelle aule universitarie dove in veste di testimone racconto la mia esperienza da una vita. Dove le domande più frequenti sono tre: se credo in Te, se perdono il Male e se odio i miei aguzzini. Alla prima domanda arrossisco come se mi chiedessero di denudarmi, alla seconda spiego che un ebreo può perdonare solo per se stesso, ma non ne sono capace perché penso agli altri annientati che non perdonerebbero me. Solo alla terza ho una risposta certa: pietà sì, verso chiunque, odio mai, per cui sono salva, orfana, libera e per questo Ti ringrazio, nella Bibbia Hashem, (Il Nome) nella preghiera Adonai (Il Signore), nel quotidiano Dio».

Questa compagnia della memoria mi ha fatto ricordare un racconto rabbinico che, insegnando l’atteggiamento con cui dire il credo, mi ha aiutato a recitare con serenità il salmo 131, composto da parole che ‒ un tempo ‒ non proferivo con scioltezza, ripetendole balbettante senza autentica verità, come potevo asserire con certezza: «Signore, non si esalta il mio cuore, né i miei occhi guardano in alto; non vado cercando cose grandi né meraviglie più alte di me». Si narra che «Rabbi Noè udì un giorno dalla sua camera uno dei suoi discepoli che nella scuola attigua cominciava a recitare gli articoli di fede, ma poi, subito dopo le parole “Io credo in perfetta fede”, s’interrompeva e sussurrava a se stesso: “Non lo capisco” e di nuovo: “Non lo capisco”. Lo zaddik uscì dalla sua stanza e entrò nella scuola. “Che cos’è che tu non capisci?” domandò. “Non capisco come può essere” rispose il discepolo, “Io dico: credo. Se credo veramente, com’è che io pecco? Ma se io non credo veramente, perché allora dico una bugia?”. “Si dice, gli rispose Rabbi Noè, che le parole ‘io credo’ siano una preghiera. ‘Che io possa credere’, ‘fa che io creda’ ecco che significa”. Il chassid s’accese. “Così va bene, esclamò, così va bene! Ch’io possa credere, Signore del mondo, ch’io possa credere!». Da quella volta, anch’io discepolo della parola, mi accendo e tutte le volte che giunge il salmo della speranza di Israele dico: «Signore ‘fa’ che non si inorgoglisca il mio cuore, ‘fa’ che non si levi con superbia il mio sguardo, ‘fa’ che non vada in cerca di cose grandi, superiori alle mie forze; fiducioso come bimbo svezzato, portato da sua madre possa pure io, un poco, portare il dolore del fratello su di me. Speri Israele nel Signore».

Anche ne Il libro di tutti i libri di Roberto Calasso, come in quello di Edith Bruck troviamo riportata in chiusura una preghiera, quella detta Gevurot (Potenze), la seconda delle diciotto benedizioni: «Tu che fai rivivere i morti». Stando in piedi, ripetuta per tre volte al giorno e quattro il sabato, benedice Dio così: «Tu sei potente in eterno, Signore che risusciti i morti, che sei grande nel concedere salvezza che fai spirare il vento e fai scendere la pioggia. Egli nutre i viventi per grazia, fa risorgere i morti con grande misericordia, sostiene i cadenti, guarisce i malati, libera i prigionieri e mantiene la sua fedele promessa a chi dorme nella polvere. Chi come Te, o Potente? Chi Ti assomiglia, o Re che fa morire e risorgere, che fa sbocciare per noi la salvezza? Tu sei fedele nel far risorgere i morti».

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui]  

Lettera
Intellettuali e antisemitismo : quanti perchè

Caro direttore,

quest’anno ho vissuto con particolare amarezza il “giorno della memoria” perchè, approfondendo il tema dell’antisemitismo, ho scoperto cose che mi hanno ferito e amareggiato.
Vittorio Foa, in una intervista televisiva, disse che molti intellettuali aderirono alla Resistenza (specie dopo che in nazifascismo si avviò alla sconfitta…). Ma nessuno di essi – ricordava Foa – mosse un dito o protestò quando,nel 1938, furono approvate le famigerate “leggi razziali”. Purtroppo, tuttavia, non ci fu solo il silenzio, ma furono vergate anche parole inimmaginabili.

Di Giorgio Bocca si sapeva che aveva recensito favorevolmente i Protocolli dei savi anziani di Sion (noto libello antiebraico) sostenendo”la necessità ineluttabile di questa guerraintesa come una ribellione dell’Europa ariana al tentativo ebraico di porla in stato di schiavitù”  (La Provincia granda – Sentinella d’Italia, Foglio d’ordini settimanale della Federazione dei Fasci di Combattimento di Cuneo,14 agosto 1942).
E sapevamo che la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Ferrara aveva deliberato di conferire ad Hans Frank, noto persecutore di ebrei nonchè ministro della giustizia (sic!) di Hitler, la laurea “ad honorem”. Quel Frank, conosciuto anche come “il boia della Polonia”, che nel 1941 disse : “Dobbiamo distruggere gli Ebrei ovunque li troviamo, e ovunque sia possibile”. E alle parole fece seguire i fatti.

Non conoscevo tuttavia le favorevoli recensioni del film di propaganda antisemita (vedi allegato) Süss l’ebreo (Jud Süss) diretto da Veit Harlan, braccio cinematografico di Joseph Goebbels, che uscì nella Germania nazista nel 1940 e fu al lungo proiettato nelle sale italiane.
Fra coloro che elogiarono il film trovo, con infinito rammarico, i nomi di Carlo Lizzani (su “Roma fascista”),del nostro concittadino Michelangelo Antonioni (sul “Corriere Padano”) e, con mio sommo dolore, anche di Enzo Biagi, che scrisse parole incredibili su “L’Assalto” (organo della federazione fascista di Bologna) il 4 ottobre del 1940.
Si tratta – scrisse Biagi , di «un cinema di propaganda. Ma una propaganda che non esclude l’arte, che è posta al servizio dell’idea». Il film ” trascina il pubblico all’entusiasmo…e raggiunge lo scopo: molta gente apprende che cosa è l’ebraismo, e capisce i moventi della battaglia che lo combatte» .
Com’è possibile, mi chiedo, che intellettuali del calibro di Bocca, Biagi, Lizzani o Antonioni (e chissà quanti altri) abbiano vergato parole che ci fanno rabbrividire e delle quali – per quanto ne so – non hanno mai chiesto scusa almeno ai parenti e agli amici di coloro che “passarono per il camino”?
Possibile che in quegli anni anche le menti di personaggi come quelli citati (e non solo, perchè l’elenco sarebbe più lungo)  fossero così annebbiate?

Giorgio Fabbri

Coronavirus. L’aggiornamento in Emilia-Romagna; 30 gennaio

Coronavirus. L’aggiornamento in Emilia-Romagna: su oltre 24mila tamponi effettuati, 1.314 nuovi positivi (5,5%). 2.271 i guariti, quasi mille casi attivi in meno, in calo anche i ricoveri (-54). Vaccinazioni: 186mila dosi somministrate

Il 95% dei casi attivi è in isolamento a casa, senza sintomi o con sintomi lievi. L’età media nei nuovi positivi è di 43 anni. 27 i decessi

Bologna – Dall’inizio dell’epidemia da Coronavirus, in Emilia-Romagna si sono registrati 217.377 casi di positività, 1.314 in più rispetto a ieri, su un totale di 24.020 tamponi eseguiti nelle ultime 24 ore. La percentuale dei nuovi positivi sul numero di tamponi fatti da ieri è del 5,5%.

Continua intanto la campagna vaccinale anti-Covid, che in questa prima fase riguarda il personale della sanità e delle Cra, compresi i degenti delle residenze per anziani: il conteggio progressivo delle somministrazioni effettuate si può seguire in tempo reale sul portale della Regione Emilia-Romagna dedicato all’argomento: https://salute.regione.emilia-romagna.it/vaccino-anti-covid. Con la nuova versione aggiornata è possibile sapere anche quante sono le seconde dosi somministrate e, quindi, il numero totale delle persone vaccinate.

Alle ore 15 sono state somministrate complessivamente 186.113 dosi, di cui 7.004 oggi; sul totale, 55.664 sono seconde dosi, cioè le persone che hanno completato il ciclo vaccinale.

Si ricorda che, a causa dei tagli pari a circa il 50% delle dosi fornite la scorsa settimana – decisa autonomamente da Pfizer-BioNtech – anche per i prossimi giorni in Emilia-Romagna la priorità è data ai richiami, con la somministrazione della seconda dose a chi ha ricevuto la prima, e ai degenti delle Cra.

Prosegue l’attività di controllo e prevenzione: dei nuovi contagiati, 539 sono asintomatici individuati nell’ambito delle attività di contact tracing e screening regionali. Complessivamente, tra i nuovi positivi 381 erano già in isolamento al momento dell’esecuzione del tampone, 595 sono stati individuati all’interno di focolai già noti.

L’età media dei nuovi positivi di oggi è 43,1 anni.

Sui 539 asintomatici375 sono stati individuati grazie all’attività di contact tracing33 attraverso i test per le categorie a rischio introdotti dalla Regione, 7 con gli screening sierologici9 tramite i test pre-ricovero. Per 115 casi è ancora in corso l’indagine epidemiologica.

La situazione dei contagi nelle province vede Bologna con 295 nuovi casi; poi Modena (186), Reggio Emilia (186), Rimini (168); seguono Ferrara (100), Piacenza (76), il territorio di Cesena (74), Parma (70), Ravenna (64), il circondario di Imola (49) e l’area di Forlì (46).

Questi i dati – accertati alle ore 12 di oggi sulla base delle richieste istituzionali – relativi all’andamento dell’epidemia in regione.

Nelle ultime 24 ore sono stati effettuati 14.164 tamponi molecolari, per un totale di 2.978.096. A questi si aggiungono anche 215 test sierologici e 9.856 tamponi rapidi.

Per quanto riguarda le persone complessivamente guaritesono 2.271 in più rispetto a ieri e raggiungono quota 161.564.

casi attivi, cioè i malati effettivi, a oggi sono 46.359 (-984 rispetto a ieri). Di questi, le persone in isolamento a casa, ovvero quelle con sintomi lievi che non richiedono cure ospedaliere o risultano prive di sintomi, sono complessivamente 44.032 (-930), il 95% del totale dei casi attivi.

Purtroppo, si registrano 27 nuovi decessi: 6 a Piacenza (1 donna di 84 anni e 5 uomini di 74, 77, 79, 91 e 92 anni), 5 a Forlì-Cesena (2 uomini di 87 anni e 3 donne di 61, 85 e 99 anni), 4 a Parma (1 donna di 91 anni e 3 uomini di 65, 74 e 83 anni), 3 a Modena (2 donne di 85 e 88 anni e 1 uomo di 82), 3 a Rimini (3 uomini di 85, 86 e 87 anni), 2 a Reggio Emilia (2 donne di 82 e 98 anni), 2 a Bologna (2 donne di 86 e 95 anni), 2 a Ravenna (2 uomini di 65 e 87 anni). Non si registrano decessi in provincia di Ferrara.

In totale, dall’inizio dell’epidemia i decessi in regione sono stati 9.454.

I pazienti ricoverati in terapia intensiva sono 203 (-6 rispetto a ieri), 2.124 quelli negli altri reparti Covid (-48).

Sul territorio, i pazienti ricoverati in terapia intensiva sono così distribuiti: 14 a Piacenza (-2 rispetto a ieri), 13 a Parma (-1), 17 a Reggio Emilia (-2), 42 a Modena (-1), 46 a Bologna (+5 rispetto a ieri), 14 a Imola (invariato rispetto a ieri), 26 a Ferrara (invariato), 7 a Ravenna (-2), 2 a Forlì (invariato rispetto a ieri), 3 a Cesena (+1) e 19 a Rimini (-4).

Questi i casi di positività sul territorio dall’inizio dell’epidemia, che si riferiscono non alla provincia di residenza, ma a quella in cui è stata fatta la diagnosi: 18.336 a Piacenza (+76 rispetto a ieri, di cui 36 sintomatici), 15.258 a Parma (+70, di cui 57 sintomatici), 28.933 a Reggio Emilia (+186, di cui 69 sintomatici), 38.297 a Modena (+186, di cui 132 sintomatici), 42.997 a Bologna (+295, di cui 204 sintomatici), 6.886 casi a Imola (+49, di cui 28 sintomatici), 12.596 a Ferrara (+100, di cui 25 sintomatici), 16.491 a Ravenna (+64, di cui 44 sintomatici), 8.155 a Forlì (+46, di cui 36 sintomatici), 9.277 a Cesena (+74, di cui 56 sintomatici) e 20.151 a Rimini (+168, di cui 88 sintomatici)

Coronavirus. Per l’Emilia-Romagna in arrivo a febbraio quasi 234.000 dosi di vaccino che garantiranno innanzitutto i richiami per completare l’immunizzazione.

L’assessore Donini: “Quantitativi e date di consegna precise sono fondamentali per far partire a pieno regime la campagna vaccinale”

Le dosi di Moderna sono 51.400, quelle di Pfizer-Biontech 182.520. Più di 100.000 sono attese per la prima metà del mese. Destinatari della campagna vaccinale restano il personale sanitario e gli operatori e gli ospiti delle CRA

Bologna – L’Emilia-Romagna è di nuovo pronta ad accelerare sulla campagna di vaccinazione contro il Covid-19, dopo il rallentamento della seconda metà di gennaio, dovuto al taglio delle dosi inizialmente garantite da Pfizer-Biontech: nel mese di febbraio è previsto l’arrivo in regione complessivamente di oltre 233.000 dosi di vaccino, fornitura di gran lunga superiore a quelle fino ad ora ricevute.
Queste nuove forniture permetteranno di garantire la seconda somministrazione, che completa l’immunizzazione, a tutti coloro che da Piacenza a Rimini hanno già ricevuto la prima dose.
La campagna vaccinale, che si può seguire in tempo reale sul sito https://salute.regione.emilia-romagna.it/vaccino-anti-covid, si rivolge in questa prima fase al personale sanitario e agli operatori e a gli ospiti delle CRA: alle ore 17 il numero di somministrazioni totali superava le 187.000, di cui più di 57.000 sono seconde dosi.
“Abbiamo condiviso con il Governo e il commissario Arcuri la necessità di avere maggiori certezze sia sui quantitativi che sulle date di consegna delle nuove dosi- spiega l’assessore alla Politiche per la salute Raffaele Donini-, perché la macchina regionale per la campagna di vaccinazione dell’Emilia-Romagna è già pronta a lavorare a pieno regime. Come Regione continuiamo a essere tra le prime in Italia per il numero di vaccinazioni rispetto alla popolazione, ma è fondamentale che non avvengano più ritardi o cambi di programma come è successo a metà gennaio, con una decisione unilaterale da parte dell’azienda”.
“Il vaccino- conclude Donini–  è fondamentale per vincere la battaglia contro il Coronavirus e ogni giorno di attesa non giustificata è uno sforzo che non è giusto chiedere ai nostri cittadini e agli operatori impegnati nella campagna vaccinale”.
Il piano di distribuzione dei vaccini per febbraio

Nel dettaglio, il piano di distribuzione per febbraio prevede in totale 233.920 dosi51.400 consegnate da Moderna e 182.520 da Pfizer-Biontech.
Nella prima settimana sono in arrivo 55.210 dosi (50.310 di Pfizer e 4.900 di Moderna), mentre per i sette giorni successivi le dosi saranno 50.810, di cui 38.610 di Pfzier e 9.900 da Moderna. Il totale delle dosi previste nella prima metà di febbraio segna quindi 103.720.
E nella seconda parte di febbraio i numeri sono destinati ad aumentare ancora: la terza settimana del mese prevede l’invio di 45.630 dosi da parte di Pfizer, mentre per l’ultima ne sono attese 84.570, tra le 47.970 di Pfizer e le 36.600 di Moderna. Complessivamente dal 15 febbraio fino alla fine del mese si parla di 130.200 dosi riservate al territorio regionale.
Per quanto riguarda la distribuzione per azienda sanitaria, i tecnici dell’assessorato regionale sono al lavoro per la definizione delle ripartizioni, che terranno conto della popolazione target della campagna vaccinale in questa prima fase e che saranno comunicate non appena definitive.

Dal 1 febbraio riapre Palazzo dei Diamanti: antologica di Antonio Ligabue

da: Fondazione Ferrara Arte

Riapertura della mostra “Antonio Ligabue. Una vita d’artista” da lunedì 1° febbraio
A seguito delle disposizioni governative, da lunedì 1° febbraio, presso il Palazzo dei Diamanti di Ferrara riaprirà la mostra “Antonio Ligabue. Una vita d’artista”,
inaugurata lo scorso 31 ottobre. Naturalmente l’ingresso alla mostra avverrà attraverso l’adozione di tutte le misure di sicurezza sanitaria e l’applicazione di protocolli rigorosi. L’accesso sarà comunque contingentato.
I visitatori che hanno acquistato il biglietto in prevendita avranno la precedenza; a tal proposito si consiglia al pubblico l’utilizzo del servizio di biglietteria online per l’acquisto di biglietti per una data rientrante nelle due settimane successive.
La mostra a Palazzo dei Diamanti celebra, con una retrospettiva antologica, la vicenda umana e creativa di Antonio Ligabue. La vita di Ligabue, uno degli artisti più originali del Novecento, è un vero e proprio romanzo. Un’esistenza dominata da povertà, solitudine, emarginazione, riscattata da uno sconfinato amore per la pittura. Nato nel 1899 a Zurigo, dopo un’infanzia e un’adolescenza difficili, viene espulso dalla Svizzera e giunge nel 1919 a Gualtieri, in provincia di Reggio Emilia, patria del padre adottivo. Nella cittadina della Bassa padana la sua vita resta durissima, segnata da ostilità, incomprensioni e ricoveri negli ospedali psichiatrici. Nel 1928 incontra l’artista Renato Marino Mazzacurati, che, riconoscendo il suo naturale talento, lo aiuta materialmente e lo incoraggia a praticare il mestiere.
Geniale e visionario, “Toni al mat” – il matto, così veniva chiamato – trova nella pratica artistica quel “luogo sicuro” che non ha mai avuto, uno spazio, fisico e mentale, per trasformare le difficoltà in opportunità e per dar voce ai suoi pensieri. Lo sottolinea Vittorio Sgarbi – curatore della mostra assieme a Marzio Dall’Acqua – secondo il quale: «È l’arte, come era avvenuto per Van Gogh, a concedere il riscatto di una condizione che lo spietato pragmatismo della società borghese continuava a ritenere una malattia da rigettare in toto».
La consacrazione del pittore a livello nazionale arriverà nel 1961 quando, grazie a Mazzacurati e a Giancarlo Vigorelli, ha la possibilità di esporre alcuni suoi dipinti alla Galleria La Barcaccia di Roma. Dopo questa personale, susciterà sempre più l’ammirazione di collezionisti, critici e storici dell’arte, entrando nel novero dei grandi artisti italiani del Novecento. La retrospettiva di Palazzo dei Diamanti documenta l’intera carriera di Ligabue e offre la l’opportunità di (ri)scoprire tratti e colori di un artista che resiste a etichette e a categorie troppo rigide per esprimere, come pochi, la forza naturale e istintiva del suo furore creativo.

Il suo fantastico e coinvolgente vocabolario figurativo si svelerà attraverso 100 opere, tra dipinti, sculture e disegni, alcune mai esposte sinora: dai celebri e intensi
autoritratti, in cui Ligabue annota i tratti essenziali della propria personalità, alle scene ambientate in Svizzera, nostalgiche memorie dell’infanzia; dai ritratti alle nature morte, dai paesaggi agresti, alle scene di caccia e alle tormente di neve; dagli animali domestici del primo periodo, alle tigri dalle fauci spalancate, i leoni mostruosi, i serpenti, i rapaci che ghermiscono la preda o lottano per la sopravvivenza: una vera e propria giungla che l’artista immagina con allucinata fantasia fra i boschi del Po. Il percorso espositivo sarà accompagnato da un catalogo illustrato che, grazie all’apporto di contribuiti di studiosi, critici e conoscitori dell’arte di Ligabue, approfondirà la vita e l’opera dell’artista, il quale, come sottolineava nel 1961 Giancarlo Vigorelli, «non può non sorprendere, non sgomentare e non convincere con lo spettacolo sbalorditivo di questa sua tenebrosa violenza e magica perizia di pittore che sa darci in un unico impasto l’ordine e il disordine dell’uomo e del creato».
La mostra è dedicata a Franco Maria Ricci, recentemente scomparso. Intellettuale di straordinaria sensibilità e intelligenza, editore colto e raffinato, grande collezionista d’arte e bibliofilo, ha sempre operato per divulgare la bellezza e la conoscenza del patrimonio culturale, contribuendo, tra l’altro, a promuovere e far conoscere l’arte di Ligabue.

Antonio Ligabue. Una vita d’artista
Ferrara, Palazzo dei Diamanti
Fino al 5 aprile 2021
Organizzatori
Fondazione Ferrara Arte, Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea e Fondazione
Archivio Antonio Ligabue di Parma
A cura di
Marzio Dall’Acqua e Vittorio Sgarbi
Con la supervisione di Augusto Agosta Tota

Aperto da lunedì al venerdì
Orario: dalle 10.30 alle 19.30

Guido Carpi: “Lenin. La formazione di un rivoluzionario (1870-1904)”

Da: Editoria senza fissa dimora

A centocinquant’anni dalla nascita e a poco meno di cento dalla morte di Vladimir Il’ič Ul’janov (Lenin), questa sua nuova biografia copre gli anni della
formazione e pone al centro il progetto a cui il dirigente bolscevico ha consacrato l’intera propria opera: plasmare un nuovo tipo di militante politico
‘universale’ e dargli strumenti analitici e organizzativi che gli consentano di trasformare il mondo. Il presente saggio è in buona parte dedicato a
descrivere questa nuova figura di attivista, a dar voce ai suoi rappresentanti, a documentarne psicologia e immaginario: tanto le idee di Lenin quanto le
sue decisioni operative si debbono comprendere non solo alla luce dei suoi dibattiti con gli altri teorici di spicco della socialdemocrazia, ma anche – e in
misura determinante – nella continua opera di sintesi attiva degli orientamenti ideali e dell’attività pratica di quella cerchia di uomini e donne
che egli ha chiamato alla vita e da cui, novello Anteo, trae a sua volta le proprie forze.

 

 

 

 

L’autore
Guido Carpi (1968) è professore ordinario di Letteratura russa presso l’Università di Napoli ‘L’Orientale’. È autore, fra l’altro, di una Storia della
letteratura russa in due volumi (Roma, 2010 e 2016), della monografia Russia 1917: Un anno rivoluzionario (Roma 2017) e di una Storia del marxismo
russo (Mosca 1916, in lingua russa).

Sforamento termini di legge approvazione Bilancio Comacchio

Da: Gruppo Consigliare Per Fare

Ci stupiscono ancora una volta le dichiarazioni del Sindaco che pare accusare la minoranza per il mancato svolgimento del consiglio comunale sul tema del bilancio. Una decisione di rinviare la seduta assunta a maggioranza dalle forze politiche che oggi governano Comacchio, e che hanno i numeri per decidere. Nessuna richiesta di rinvio è stata infatti avanzata dal gruppo PerFare, che ieri 29.1 era pronto a discutere e votare il bilancio; grottesco poi anche solo aver il coraggio di far credere ai propri cittadini che una forza di minoranza possa “rinviare” un bilancio. Noi siamo all’opposizione, chi decide oggi sono altri. Il Sindaco, con delega al bilancio, ancora una volta prova a lanciare le accuse verso altri, non assumendosi la responsabilità insieme a Presidente del consiglio e Presidenti di commissioni di non aver correttamente applicato norme regolamentari e procedurali o comunque di aver deciso di procrastinare la discussione. Non comprendiamo se questa sia la reale motivazione o se sia un modo per celare tensioni interne alla maggioranza rispetto a legittimi dubbi e temi delicati, posti e proposti, dal nostro gruppo che forse l’Amministrazione ha deciso di rivedere o modificare per poter essere votati dalla colazione di destra.
Se davvero non ci fossero stati errori o problemi politici perché decidere di propria iniziativa di annullare la discussione sul Bilancio ? fosse stato solo un problema di deposito sbagliato di qualche giorno, sarebbe bastato rinviare di 2/3 giorni, e non di annullare la seduta, rivedendo l’intera procedura e forse anche i contenuti del bilancio stesso. Ancora una volta si cercano colpevoli esterni così come nella discutibile gestione dell’emergenza covid, quando invece ogni tanto sarebbe utile assumersi le proprie responsabilità. Abbiamo sempre espresso la nostra opinione e collaborazione evidenziando fin da subito alcune criticità (come la non pubblicità delle sedute, il non corretto svolgimento delle commissioni ecc), non si capisce quindi, il perché sia maturata la decisione, solo all’ultimo giorno prima della discussione. Imprese e famiglie di Comacchio in questo momento di COVID hanno bisogno di competenza e di proposte e di lavoro a testa bassa e non certo di un commissariamento per non aver approvato il bilancio, come avvenuto nel 2011.

IL CAPOGRUPPO ALBERTO RIGHETTI
I CONSIGLIERI CARLI, FABBRI E PATTUELLI

Pronto Ascom attivo dal marzo 2020 – interventi a supporto delle imprese del Commercio, Turismo e Servizi

Da: Ufficio Stampa Ascom Ferrara

“La nostra struttura attraverso il servizio Pronto Ascom, attivo dal marzo del 2020 in pratica dall’immediatezza dell’emergenza sanitaria, è in grado di fornire risposte sui temi che sono più urgenti in questa fase rispetto alle nostre imprese del Commercio, Turismo e Servizi. In questi ultimi dieci mesi sono state un migliaio le richieste di informazioni e supporto arrivate al nostro servizio. “Per fare alcuni esempi – prosegue Davide Urban, direttore generale di Ascom Confcommercio Ferrara – oggi le questioni che stanno più a cuore sono fondamentalmente è l’accesso ai ristori (siamo arrivati al Decreto Ristori Quater) sui quali possiamo accompagnare le aziende nei percorsi relativi: i requisiti riguardano l’attività svolta, i codici ATECO nonché gli indispensabili dati di bilancio e contabilità. Siamo impegnati inoltre a fornire il supporto e la gestione per le domande al bando contributi regionali per i Pubblici Esercizi che si chiuderà il prossimo 17 febbraio. Siamo in attesa di ulteriori forme di sostegno ad altri settori (gelaterie, pasticcerie, pizzerie al taglio…), già annunciate dalla Regione – e conclude Urban – c’è il tema delicato degli ammortizzatori sociali: i nostri uffici sono a disposizione per scegliere le forme più adeguate in base alle situazione aziendale. La recente Legge di Bilancio ha anche individuato uno strumento alternativo – alla Cig ed al Fondo di Integrazione Salariale – che è quello dell’esonero contributivo (fino ad un massimo di otto settimane) a condizione che le stesse aziende abbiano usufruito della cassaintegrazione tra maggio e giugno del 2020. Strumenti e situazioni che vanno calibrati di volta in volta” conclude Urban.

Coldiretti: scatta etichetta Made in Italy per salami e mortadelle

COLDIRETTI: SCATTA ETICHETTA MADE IN ITALY PER SALAMI E MORTADELLE

Stop all’inganno della carne straniera spacciata per italiana.

Entra in vigore l’obbligo di indicare in etichetta l’indicazione di provenienza su salami, mortadella e prosciutti per sostenere il vero Made in Italy e smascherare l’inganno della carne straniera spacciata per italiana. Lo rende noto la Coldiretti nell’annunciare che scade il 31 gennaio la proroga di due mesi concessa dal Ministero dello Sviluppo economico per la piena applicazione del Decreto interministeriale sulle Disposizioni per “l’indicazione obbligatoria del luogo di provenienza nell’etichetta delle carni suine trasformate”.

Un appuntamento storico in un momento di grande crisi per aiutare a scegliere l’82% degli italiani che con l’emergenza Covid vogliono portare in tavola prodotti Made in Italy per sostenere l’economia ed il lavoro del territorio, secondo un’indagine Coldiretti/Ixe’. La norcineria italiana – continua la Coldiretti – è un settore di punta dell’agroalimentare nazionale grazie al lavoro di circa centomila persone tra allevamento, trasformazione, trasporto e distribuzione con un fatturato che vale 20 miliardi ma che è stato fortemente ridimensionato nel 2020 per effetto della chiusura della ristorazione che rappresenta uno sbocco di mercato importante soprattutto per gli affettati di grande qualità.

L’entrata in vigore dell’etichetta Made in Italy sui salumi è dunque un momento di svolta per i produttori italiani, duramente colpiti dal crollo dei prezzi dei maiali e dal contemporaneo aumento di quelli delle materie prime per l’alimentazione degli animali. Il risultato è che le quotazioni pagate agli allevatori di maiali – denuncia Coldiretti – sono crollate fino al -38% durante la pandemia e solo nelle ultime settimane, proprio con l’avvicinarsi dell’introduzione dell’obbligo dell’indicazione d’origine, si è registrata una timida ripresa, secondo un’analisi del Centro Studi Divulga.

Il provvedimento, è importante per garantire trasparenza nelle scelte ai 35 milioni di italiani che almeno ogni settimana portano in tavola salumi, secondo un’analisi Coldiretti su dati Istat, ma anche per sostenere i 5mila allevamenti nazionali di maiali messi in ginocchio dalla pandemia e dalla concorrenza sleale. A preoccupare è infatti l’invasione di cosce dall’estero per una quantità media di 56 milioni di “pezzi” che ogni anno si riversano nel nostro Paese per ottenere prosciutti da spacciare come Made in Italy. La Coldiretti stima, infatti, che tre prosciutti su quattro venduti in Italia siano in realtà ottenuti da carni straniere senza che questo sia stato fino ad ora esplicitato in etichetta.

Il decreto sui salumi prevede – spiega Coldiretti – che i produttori indichino in maniera leggibile sulle etichette le informazioni relative a: “Paese di nascita: (nome del paese di nascita degli animali); “Paese di allevamento: (nome del paese di allevamento degli animali); “Paese di macellazione: (nome del paese in cui sono stati macellati gli animali). Quando la carne proviene da suini nati, allevati e macellati in uno o più Stati membri dell’Unione europea o extra europea, l’indicazione dell’origine può apparire nella forma: “Origine: UE”, “Origine: extra UE”, “Origine: Ue e extra UE”. E consentito lo smaltimento delle scorte fino ad esaurimento.

Quando la carne proviene da suini nati, allevati e macellati nello stesso paese, l’indicazione dell’origine può apparire nella forma: “Origine: (nome del paese)”. Pe scegliere salumi ottenuti da suini nati, allevati, macellati e trasformati in Italia basterà cercate la presenza esclusiva della scritta Origine Italia o la dicitura “100% italiano”.

“In un momento difficile per l’economia dobbiamo portare sul mercato il valore aggiunto della trasparenza con l’obbligo di indicare in etichetta il Paese d’origine di tutti gli alimenti per combattere la concorrenza sleale al Made in Italy” ha affermato il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare che “l’Italia ha la responsabilità di svolgere un ruolo di apripista in Europa grazie alla leadership nella qualità e nella sicurezza alimentare.”

Il Montalcini lancia il Meme’s contest

Da: Prof.ssa Alessandra Ferlini, addetta stampa IIS RL Montalcini

L’Istituto Rita Levi Montalcini lancia il Meme’s contest

L’Istituto di Istruzione Superiore “Rita Levi Montalcini” di Argenta-Portomaggiore in collaborazione con Argenta’s meme organizza in occasione della giornata della matematica (pi- day) la prima edizione del Meme’s contest “MateMeme, MemeMate”, che ha due obiettivi principali: ideare e produrre meme che abbiano come argomento la matematica e il pi greco ed esprimano i sentimenti degli studenti nei confronti della matematica

Il concorso si rivolge a tutti gli studenti che nell’anno scolastico 2020/2021 risultano regolarmente iscritti all’I.I.S. “Rita Levi Montalcini” di Argenta e Portomaggiore; all’Istituto Comprensivo “Gian Battista Aleotti” di Argenta, secondaria di I grado; all’Istituto Comprensivo “Giorgio Bassani” di Argenta secondaria di I grado; all’Istituto Comprensivo di Portomaggiore secondaria di I grado.

Ogni classe può concorrere con un solo meme scelto, non saranno ammessi Meme inviati oltre la data di scadenza del 14 FEBBRAIO 2021.

Gli studenti di ogni classe, su base volontaria dovranno creare un meme.

Tutti gli studenti della classe voteranno i meme proposti e passerà la prima fase il meme di ogni classe che avrà ricevuto più voti

I meme di ogni classe dello stesso indirizzo si scontreranno sulla pagina facebook dell’Istituto Montalcini.

In base al numero dei meme ricevuti la sfida si svolgerà tra minimo due meme e massimo quattro meme. Si effettuerà una sfida al giorno.

I meme vincitori di ogni indirizzo così come i meme vincitori di ogni classe della scuola secondaria di primo grado si scontreranno nuovamente e da questo confronto usciranno i meme che rappresenteranno ciascun Istituto.

Nella fase finale si scontreranno i meme vincitori di ogni istituto.

La finale avverrà venerdì 12/3/2021 sulla pagina facebook dell’Istituto “Rita Levi Montalcini”

Forza, quindi, chiedete ai vostri docenti come fare per iscrivervi! Non potete immaginare come sia divertente, creativo, formativo creare un meme sia per gli studenti sia per glia adulti, che vogliono avvicinarsi al “mondo” dei ragazzi.

Tutte le info le potete trovare sul sito iisap.edu.it e per qualsiasi dubbio o incertezza potrete far riferimento alla docente di matematica referente dell’iniziativa ovvero la vicepreside del Montalcini prof.ssa Ilaria Bencivenni all’indirizzo mail Bencivenni.ilaria@iisap.edu.it oppure allo 0532/804176.

TERZO TEMPO
Perché il Super Bowl si chiama così

La sera dell’8 giugno 1966 le due principali leghe professionistiche di football americano (AFL e NFL) annunciarono la loro fusione, dando vita a quella che è l’attuale National Football League. L’accordo prevedeva che le due leghe avrebbero continuato a organizzare campionati separati fino al 1970 – anno in cui sarebbe stata ufficializzata la loro unione – e allo stesso tempo introduceva delle novità piuttosto importanti, tra cui un incontro finale fra le squadre vincitrici dei rispettivi tornei.

Tale partita, però, non aveva ancora un nome, e il commissario della NFL Pete Rozell optò per lo scialbo e prolisso “The AFL-NFL World Championship Game”, il quale non ebbe particolare successo. Una soluzione la offrì il 34enne Lamar Hunt, fondatore della franchigia dei Kansas City Chiefs. Quest’ultimo, infatti, suggerì ai suoi colleghi della National Football League di prendere spunto dal nome del giocattolo preferito dai suoi figli: una palla gommosa e rimbalzante chiamata Super Ball [Qui], prodotta dall’azienda californiana Wham-O sin dall’inizio degli anni ’60 e divenuta popolarissima in gran parte degli Stati Uniti.

L’assonanza tra “ball” e “bowl” fece il resto, poiché quest’ultima parola era già entrata a far parte del glossario del football americano: da un lato, il suo significato originale aveva ispirato il nome di alcuni stadi, come ad esempio il Rose Bowl di Pasadena; dall’altro, veniva usata dai giornalisti dell’epoca per descrivere i finali di stagione del college football, cioè il campionato universitario che oggi chiamiamo NCAA. Così, seppur con qualche riserva, il nome “Super Bowl” cominciò a essere utilizzato tra gli stessi membri della NFL, e nel gennaio del 1970 venne associato ufficialmente all’ultimo atto della stagione.

Questa è tutt’oggi la versione più conosciuta e chiacchierata sull’origine del nome “Super Bowl”. Tuttavia, un articolo pubblicato sull’Atlantic nel gennaio del 2011 [Qui] prova a metterla in discussione: stando alle parole del giornalista Henry D. Fetter, pare che l’idea dello stesso Hunt sia stata proposta dopo che il pubblico statunitense aveva già familiarizzato con l’espressione “Super Bowl”, la quale venne utilizzata più e più volte dai giornali sin dal giugno del 1966, cioè dal momento in cui venne annunciata la fusione tra AFL e NFL. A sostegno della sua ipotesi, lo stesso Fetter riporta titoli e stralci di articoli del New York Times, del Washington Post e del Los Angeles Times, tutti risalenti all’estate del 1966. Insomma, la sua ricostruzione ci dice che il nome “Super Bowl” si sarebbe fatto strada da solo, servendosi unicamente del passaparola e dell’aumento di popolarità di questo sport.

Cover: foto di Levi’s Stadium

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