Giorno: 17 Aprile 2016

Con la Biennale Donna torna anche il Padiglione di Arte Contemporanea

Il giardino all’ingresso al Padiglione d’Arte Contemporanea è gremito di gente, tutti in attesa di poter visitare la XVI edizione della Biennale Donna, inaugurata ieri dopo due anni di sospensione a causa del terremoto. Il Padiglione non aveva subito ingenti danni durante il terremoto, eppure i controlli e i ritocchi necessari ne avevano richiesto la chiusura; ieri, in un caldo sabato pomeriggio, i ferraresi hanno potuto riaccedervi, riconquistando uno spazio amato dalla cittadinanza.

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Il vicesindaco Massimo Maisto, presente all’inaugurazione, ha sottolineato l’importanza dell’appuntamento della Biennale Donna, la cui prima edizione fu nel 1984. Perché Ferrara non è solo il suo illustre passato, messo in risalto da mostre come quella sulla Videoarte o su Ariosto (“Orlando furioso 500 anni. Cosa vedeva Ariosto quando chiudeva gli occhi”, in arrivo al Palazzo Diamanti dal 24 settembre), ma è anche un territorio fatto di grandi professionalità.

“Cultura e arte rappresentano la memoria della storia”. Con questa citazione di Ana Mendieta, artista cubana le cui opere aprono la mostra, la curatrice Silvia Cirelli ha presentato l’esposizione, intitolata “Silencio Vivo. Artiste dall’America Latina”. Silencio Vivo, due parole scelte con attenzione per il loro significato, lo stesso sia nella lingua spagnola che in quella portoghese, rappresenta il corpus del lavoro delle artiste esposte. “Quando abbiamo ideato l’esposizione abbiamo scelto di non limitarci all’arte contemporanea degli ultimissimi anni, ma di andare più indietro nel tempo. Le opere, che vanno dalla metà degli anni Sessanta alla metà degli anni Ottanta, sono rappresentative del periodo drammatico delle dittature militari, che ha influenzato le varie generazioni nel tempo”, ha spiegato Silvia. “Il Padiglione dell’Arte Contemporanea di Milano, importante centro di cultura riconosciuto a livello internazionale – ha aggiunto l’altra curatrice Lola G. Bonora – ci ha contattate per chiederci di presentare l’esposizione da loro. Ferrara torna a essere un centro importante non solo per il suo passato, ma anche per l’arte contemporanea”.

Le voci si perdono nel cortile, le persone sono troppe perché la presentazione della mostra raggiunga tutti, ma il concetto sembra essere chiaro a chiunque sia presente: come la fenice che risorge dalle ceneri, anche Ferrara si rialza, riappropriandosi dei suoi spazi. Il Padiglione si riempie di passi, di voci, di sguardi. Non è facile muoversi all’interno senza urtarsi a vicenda. Le opere che danno il benvenuto ai visitatori sono di Ana Mendieta, giovane artista cubana scomparsa prematuramente, che usava il proprio corpo come strumento per veicolare la propria arte. Legata alla natura, alle tradizioni e agli elementi dei rituali cubani, come il sangue o la polvere da sparo, le sue opere denunciano la violenza e stringono i legami del binomio vita/morte. Ad attirare l’attenzione è un filmato in cui l’artista, di cui non si vede mai il corpo, riprende i passanti che percorrono un marciapiede su cui lei ha versato del sangue. La performance è la loro reazione: gente distratta che non si sofferma, abituata alla violenza, non si domanda chi possa essersi ferito in tal modo, ma passa avanti, indifferente.
L’uso del corpo è presente anche nei lavori di Anna Maria Maiolino, artista di origini italiane vissuta in Brasile, dove si trasferì negli anni Sessanta e visse da protagonista l’affermarsi della dittatura. Proprio uno dei suoi lavori è stato scelto come immagine simbolo della Biennale: una strada ricoperta di uova, simboleggianti la vita, ma anche la fragilità degli esseri umani, percorsa dall’artista. Come personificazione della dittatura, si muove cercando di non schiacciarle ma, se non è possibile, le distrugge senza pensarci. Artista poliedrica, col passare degli anni allontana la fisicità dai suoi lavori, esponendo non più se stessa, ma ciò che il suo corpo può creare, scegliendo di non combattere più il senso di alienazione e fragilità ma di accettarlo come parte dell’esistenza dell’essere umano. Esposte in mostra le sue opere degli ultimi anni, realizzate tra il 2014 e il 2015, in cui utilizza materiali di difficile lavorazione come le ceramiche raku o facili da plasmare come l’argilla.

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Salendo al piano superiore, l’occhio cade subito sul lavoro inedito di Teresa Margolles, artista messicana che con crudo realismo parla per chi non ha più voce. L’artista sabato mattina era presente al Padiglione e ha raccontato lei stessa il lavoro dietro le sue opere. “Questi sono i manifesti che i famigliari di queste ragazze scomparse appendono in giro per le città del Messico. Alcune sono sparite da così tanto tempo che anche le immagini sono usurate. È il sintomo di una scomparsa ulteriore, una doppia perdita. La gente è talmente abituata a vedere questi manifesti appesi per la città che non ci fa più troppo caso, su alcuni volti ci sono i segni di chi ha contribuito alla loro distruzione, colorandoci sopra o creando delle caricature con i volti di queste ragazze”. Questo enorme collage, riadattato per gli spazi del Padiglione, si intitola “Pesquisas”, ovvero ricerca, che risulta essere spesso vana perché le uniche volte che si ritrovano queste giovani donne sono ormai corpi morti. “Non siamo davanti alla morte – ha specificato Teresa – perché quella fa parte del ciclo della vita. Qui dobbiamo riflettere e discutere su una morte violenta, un assassinio”. La morte violenta è sempre presente nelle opere dell’artista messicana, prende forma e acquista fisicità. Così per l’installazione “Aire”: in una piccola stanza sono presenti due piccoli umidificatori attivi e l’acqua che respiriamo lì proviene dagli obitori di Città del Messico, utilizzata per lavare i corpi di chi è stato assassinato.
La censura, la violenza, la fragilità degli esseri umani ci accompagnano per tutto il percorso espositivo, fino alle opere dell’argentina Amalia Pica che, utilizzando vari tipi di media, dalla performance alla scultura, riflette sulle varie forme di linguaggio, la sua evoluzioni, i suoi limiti e gli eccessi. La ridondanza e la quantità di messaggi che ci inonda quotidianamente sembra portare sulla strada dell’alienazione piuttosto che al dibattito e alla condivisione. Così realizza dei tappi per le orecchie, in bronzo, rame, oro e argento, ma invita anche a riflettere sui modi di dire, comuni tra Italia e Argentina, permettendo al famoso “cavallo bianco” di divenire tale.
Le sale sono affollate e, tra i commenti positivi e quelli stupiti (“Aire” di Teresa Margolles ha avuto un forte impatto sul pubblico) in molti torneranno, per visitarla con più calma o per accompagnare gli assenti.

La XVI edizione della Biennale Donna di Ferrara sarà visitabile al Padiglione d’Arte Contemporanea dal 17 aprile al 12 giugno.

Alcune opere in mostra. Clicca sulle immagini per ingrandirle.

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Imprese che rappresentano la spina dorsale del Paese

da: ufficio stampa Cna Ferrara

A Bondeno, la Cna ha premiato una sessantina di artigiani in occasione del suo 70°. Il sindaco Fabio Bergamini consegna un riconoscimento al nonno artigiano in pensione Ettore.

Il piacere di premiare il nonno, Ettore, stimato parrucchiere in pensione, è toccato sabato, presso la Sala 2000, al sindaco di Bondeno Fabio Bergamini, invitato a presiedere la cerimonia di celebrazione del 70° della Cna, in occasione della quale sono stati consegnati riconoscimenti per una lunga appartenenza associativa a una sessantina di imprenditrici e imprenditori della zona.
“Grazie a queste persone che costituiscono la spina dorsale del Paese”, ha dichiarato il sindaco, associandosi alle parole di riconoscimento del presidente dell’Area Cna dell’Alto Ferrarese Stefano Grechi.
“Queste nostre imprese contribuiscono in modo determinante alla ricchezza del proprio territorio”, ha ribadito il direttore provinciale della Cna Diego Benatti – Per questo occorre prestare particolare attenzione alle loro esigenze, che coincidono con il benessere di tutta la comunità locale”, facendo riferimento, a tal proposito, al prospettato ricorso al Tar del Comune di Cento sulla Cispadana. Ritornando al tema cardine della cerimonia, il 70° anniversario della Cna, il presidente provinciale Alberto Minarelli ha rimarcato come l’Associazione, consapevole e orgogliosa della propria storia, lavori al futuro facendo leva sulla propria necessaria trasformazione. Infine, l’assessore alle attività produttive di Bondeno, Simone Saletti, ha ricordato come le piccole imprese abbiano saputo affrontare la crisi, continuando a far girare il sistema Italia.
Subito dopo la cerimonia di consegna dei riconoscimenti agli imprenditori premiati per una fedeltà associativa compresa tra i 25 e gli oltre 40 anni di adesione alla Cna.

Musica: Serena Tagliati, da Cento al Cantagiro

da: ufficio stampa “Il Cantagiro”

Sul palco, accanto a big della musica italiana e a tanti ospiti famosi, anche la cantante della provincia di Ferrara, vincitrice del premio “Radio Italia anni ’60” nell’edizione dello scorso anno.

Roma, 16 aprile 2016 – A salire sul palco de Il Cantagiro Tour, in programma all’Isola del Giglio dal 22 al 24 aprile prossimi, ci sarà anche Serena Tagliati, vincitrice del premio “Radio Italia anni ’60” nell’edizione 2015 della nota manifestazione canora.

Venti anni, originaria di Cento, Serena, che fin da bambina allestisce piccoli spettacoli per amici e parenti, cresce – grazie alla passione del papà Eros – in un ambiente in cui si respira grande musica, italiana e internazionale, in particolare Mina, Giorgia, Beyoncè, Cèline Dion, che diventeranno le sue prime influenze. E’ così che, dopo intere giornate passate a cantare timidamente nascosta nell’armadio, Serena prende in mano per la prima volta un microfono e mostra il risultato di tanta passione: una voce assolutamente fuori dal comune. Dopo anni di studi accademici e concerti in piccoli locali e spettacoli all’aperto, l’esuberanza dell’enfant prodige lascia oggi spazio a una interprete matura e capace, dotata di una voce rotonda che penetra nell’anima e di un’estensione vocale superba. Sul palco presenta “Ritorno”, una canzone d’amore, con testo e musica di Marta Innocenti e arrangiamento di White Cat Music.

Insieme a lei, tanti altri giovani cantanti, provenienti da tutta Italia e pronti a darsi battaglia per accedere a semifinali e finali, in programma a Guidonia nel prossimo mese di ottobre. Sarà soltanto in quell’occasione, infatti, che saranno decretati i vincitori de Il Cantagiro 2016.

Patrocinata dal Comune di Isola del Giglio e dalla Pro Loco dell’Isola del Giglio e Giannutri, questa tappa di selezioni sarà abbinata Il cuore del Giglio, una quattro giorni in cui la musica fungerà da denominatore comune e diverrà l’anello di congiunzione tra ambiente, cultura, salute e solidarietà che – attraverso iniziative molteplici e di natura diversa – si alterneranno simbolicamente tra di loro su un palcoscenico d’eccezione, regalando, a quanti visiteranno per l’occasione questa splendida perla del Mediterraneo, un piacevole anticipo d’estate. A giocarsi il tutto per tutto, durante un’avvincente gara lunga tre giorni, giovani artisti provenienti principalmente dalla Toscana e dal centro Italia che, dopo aver superato nei mesi scorsi l’attenta selezione di una commissione di esperti, sono pronti a darsi battaglia sfidandosi a colpi di ugola in una delle tante categorie in gara – da quella degli interpreti a quella dei cantautori – passando per generi musicali diversi: dal lirico al pop, dal rap al folk.
Obiettivo di ciascun concorrente, oltre ad aggiudicarsi l’accesso alle fasi finali dell’edizione 2016 de Il Cantagiro, sarà, infatti, il primo trofeo Cuore del Giglio, un’opera realizzata per l’occasione dal Maestro Elvino Echeoni, poliedrico artista Elvino Echeoni, che omaggerà la voce più capace di emozionare.

Molte le sorprese in programma nel corso delle tre serate di selezione, la cui conduzione sarà affidata all’attrice e regista Giulia Carla De Carlo. Oltre alla presentazione della compilation 2016 de Il Cantagiro, 4 CD contenenti le canzoni più belle della passata edizione a breve in distribuzione in Italia e all’estero, ci sarà, infatti, l’esibizione della giovanissima artista sarda Chiara Pilosu, che, dopo aver stravinto nel 2015 grazie a una voce originale, un’interpretazione unica e un intenso brano autobiografico, nei prossimi mesi dovrà passare il testimone al vincitore di quest’anno. Antipasto canoro, poi, per l’intera durata della manifestazione: a esibirsi, infatti, i giovani talentuosi aspiranti cantanti gigliesi, chiamati sul palco a interpretare i grandi successi di musica leggera e folk con la speranza di arrivare dritti alle semifinali nazionali. E, in apertura, la manifestazione dedicherà un momento particolare a Jimmy Fontana, storica figura della canzone italiana, da sempre legatissimo al Cantagiro. A rendere omaggio a questo autore, interprete di brani immortali come “Il mondo”, i figli Andrea e Luigi, sul palco con un medley delle sue canzoni più famose.

Tanti anche i grandi interpreti della musica italiana presenti alla kermesse canora.
Ospite d’onore della prima serata sarà Paolo Mengoli. Personaggio eclettico e garbato opinionista, più volte inviato speciale a Sanremo, Mengoli – che rimane oggi uno dei maggiori rappresentanti della musica leggera italiana degli anni ’70 e che proprio in quegli anni si è aggiudicato un’edizione de Il Cantagiro con il brano Mi piaci da morire – sarà testimonial d’eccezione della manifestazione per le tre serate al Giglio.

Il 23 aprile spazio all’emozione e alla carica vitale della musica della Little Tony Family. Sincronizzando l’inconfondibile voce dell’interprete di Cuore matto e di tanti altri successi con quella della figlia Cristiana e la sua musica con quella del fratello Enrico, da sempre suo chitarrista, e dell’arrangiatore, musicista e collaboratore storico Angelo Petruccetti, prenderà vita un’esibizione unica resa ancora più travolgente dalla presenza, sul palco, di questo straordinario artista, ottenuta attraverso moderni
accorgimenti tecnologici che consentiranno di rielaborare e mixare brani e video dei suoi concerti più belli e delle sue più note apparizioni televisive.

A presenziare durante l’ultima serata di gara Pippo Franco. Comico, cantante, cabarettista, conduttore televisivo, ma soprattutto uno dei maggiori rappresentanti della commedia sexy all’italiana, il noto attore romano partecipa, nel 1969, a Il Cantagiro, nel girone dedicato alle nuove proposte folk, con il brano dalla struttura melodica ripetitiva La licantropia, che – cantato con accento italo-francese e caratterizzato dalla vena di racconto surreale – rimase famoso per la capacità di farsi ascoltare a perdifiato a mo’ di filastrocca e risultò talmente riuscito da essere coverizzato a distanza di oltre 40 anni dalla sua uscita.

Entusiasta dell’evento il Sindaco del Giglio, Sergio Ortelli, che ha dichiarato: “Da molto tempo stiamo lavorando a questo evento speciale e finalmente si concretizza un desiderio personale e cioè dimostrare che la solidarietà dei gigliesi non è un aspetto occasionale, dovuto al naufragio della Costa Concordia, ma un sentimento diffuso tra gli abitanti dell’isola che vivono il loro territorio con amore e con passione. Il cuore del Giglio sarà un momento importantissimo per far conoscere l’isola e le sue peculiarità oltre alla generosità della sua gente, in una iniziativa in cui andremo a sincronizzare, in tutti i suoi aspetti, l’evento medico/scientifico, l’evento canoro e quello della solidarietà con il nostro prezioso ambiente, le nostre tradizioni culturali ed enogastronomiche e, oltre a questo, proporre il Giglio come modello di territorio naturale e in tutti i casi benefico per la salute.”

A lui ha fatto eco Enzo De Carlo, Patron della manifestazione. “Oltre a restituire valore alla musica dandole l’opportunità di trasmettere emozioni e regalare continuità a una manifestazione che è una pietra miliare nel panorama della musica leggera italiana, – spiega De Carlo – l’idea de Il Cantagiro è quella di aiutare nuovi talenti a emergere attraverso una competizione garbata, riportando la musica dal vivo nelle piazze e coinvolgendo il pubblico. Davvero una bella scommessa, nell’epoca dei talent show televisivi”.

Martedì 19 aprile la presentazione del libro “Verso la macchina perfetta al Cus di Ferrara

da: CUS Ferrara

Martedì 19 aprile, alle ore 11,30 al Cus di Via Gramicia, nella sala conferenze stampa (a destra sulle scale che danno sull’ingresso principale) si terrà la presentazione del libro “Verso la macchina perfetta” del personal trainer Gianmario Pellegrini. La peculiarità dell’opera risiede nel fatto che l’intero costo della pubblicazione è stato sostenuto dalla Fstina Lente Edizioni che l’ha preferito rispetto ad altre opere sullo stesso argomento. La prefazione è di Igor Cassina, amico dell’autore Gianmario Pellegrini. Saranno presenti il presidente del Cus Giorgio Tosi e il rettore dell’Unife Giorgio Zauli.

Prefazione dell’autore
In questi dieci anni di lavoro ho riscontrato un interesse sempre maggiore verso l’attività fisica da parte delle persone senza distinzione di età, sesso e classe sociale.
Finalmente lo sport viene concepito come salute e benessere psico-fisico occupando un posto rilevante nella quotidianità dell’individuo.
Nell’evoluzione umana che porta il neonato a diventare anziano l’attività motoria deve essere precisa e specifica nei contenuti individuali e occorre far conoscere a tutti COSA fare, COME fare e soprattutto PERCHE’.
In molti ambienti sportivi, soprattutto a livello amatoriale, esistono ancora carenze tecniche e approcci superficiali rispetto a situazioni delicate e che meritano invece la massima attenzione.
L’atteggiamento delle palestre si limita solo all’aspetto commerciale ed è finalizzato quasi esclusivamente alla vendita dell’abbonamento, magari annuale. Vedo sorgere catene di palestre multimediali in cui le figure dell’istruttore e del personal trainer vengono di fatto sostituite da uno schermo gigante che ti dice cosa fare. Rimango molto perplesso, amareggiato e mi chiedo dove siano finite le competenze e il rapporto umano con il cliente.
Mi auguro che la gente comprenda che l’attività fisica nella sua complessità è come un farmaco e, come tale, va somministrato da chi lo conosce.
Questo libro rappresenta una guida semplice e precisa per ottenere il massimo risultato funzionale ed estetico dal proprio corpo. Troppo spesso nella letteratura attuale riguardante attività fisica ed allenamento si ragiona per settori con allenamenti rivolti quasi esclusivamente ad atleti dimenticando che la maggior parte della popolazione ha bisogno dello sport semplicemente per vivere meglio. Il linguaggio poi si dimostra in alcuni casi incomprensibile ai non addetti ai lavori con riferimenti teorici complicati.
Lo scopo di questo testo è quello di formare tutte le persone che affollano palestre e centri sportivi dando loro delle basi teoriche e pratiche per definire prima e raggiungere poi un obiettivo preciso; non dovete far altro che scegliere il vostro e… buon allenamento.

Gianmario Pellegrini

Mercoledì 20 aprile il convegno “La qualità delle acque interne e delle acque di balneazione” a Comacchio

da: ufficio stampa Comune di Comacchio

Ad ormai tre anni dalla chiusura della balneazione del 3 agosto 2013, Comacchio fa un primo bilancio del nuovo sistema di monitoraggio della qualità delle acque. Mercoledì 20 aprile alle ore 16:30 presso la sala polivalente di Palazzo Bellini avrà luogo, infatti, un convegno dal titolo “La qualità delle acque interne e delle acque di balneazione. Le risultanze del monitoraggio 2013-2015 e la modellistica previsionale”.
Ospiti dell’incontro pubblico saranno: la Dott.ssa Marinella Natali del Servizio Sanità Pubblica dell’Assessorato politiche per la salute della Regione Emilia Romagna, il Direttore Generale del CADF Silvio Stricchi insieme all’ing. Carlo Bariani, l’ing. Alessandra Gallina della HR Walliford e l’ing. Andrea Valentini di ARPAE Emilia-Romagna.
A condurre i lavori sarà il Sindaco Marco Fabbri. “Questo evento è rivolto sicuramente alle istituzioni e agli operatori del settore, ma evidentemente anche a tutti i cittadini – ha spiegato Fabbri – Invito tutta la cittadinanza a partecipare perchè sarà un’occasione per approfondire un tema fondamentale per il nostro territorio e per comprendere meglio il sistema di monitoraggio straordinario delle acque e il lavoro fatto in questi tre anni”.

Lunedì 18 aprile i “Sudoku Killer” in concerto al Jazz Club Ferrara

da: ufficio stampa Jazz Club Ferrara

L’ultimo scatenato Monday Night Raw di stagione è – lunedì 18 aprile alle ore 21.30 – con le irriverenti sonorità di Sudoku Killer. Il gruppo, guidato dalla contrabbassista romana Caterina Palazzi e completato da Antonio Raia al sax tenore, Giacomo Ancillotto alla chitarra e Maurizio Chiavaro alla batteria, presenterà “Infanticide” , ultimo album edito da Auand Records.

L’ultimo scatenato Monday Night Raw di stagione è – lunedì 18 aprile alle ore 21.30 – con le irriverenti sonorità di Sudoku Killer, gruppo guidato da Caterina Palazzi. A quasi cinque anni di distanza dal suo primo lavoro con questa formazione, la contrabbassista romana torna con “Infanticide”, album edito da Auand Records, corollato da un tour mondiale di oltre cinquanta date tra Italia, Norvegia e Stati Uniti.
Un lavoro provocatorio e fuori dagli schemi fin dal titolo, che richiama volutamente “Incesticide” dei Nirvana, gruppo che ha ispirato questo nuovo album nei suoi contenuti musicali ed emotivi.
“L’infanticidio” – spiega la Palazzi – “è inteso come omicidio virtuale della visione infantile del mondo in cui è sempre il bene a trionfare e i cattivi a soccombere, come perdita di un’ingenuità ludica e fanciullesca in ragione di una maturità turbolenta e spesso amara”.
E così, l’abbandono di una dimensione più spensierata che va a scontrarsi con le asperità ineludibili dell’età adulta sembra riflettersi con forza nelle tracce del nuovo disco, forte di un’anima elettrica molto marcata e ricco di suggestioni. Un album che – forse più del precedente – è piacevolmente contaminato da sonorità vicine al jazz nord-europeo, con tangibili influenze provenienti dal rock psichedelico, risultato anche delle esperienze degli altri componenti del quartetto (il chitarrista Giacomo Ancillotto, il batterista Maurizio Chiavaro e il sassofonista Antonio Raia) che, con la Palazzi, condividono un background composito, aperto al jazz, al rock e alla musica sperimentale.
Ad impreziosire l’appuntamento di lunedì 18 aprile è il ricco aperitivo a buffet (a partire dalle ore 20.00) accompagnato dalla funkeggiante selezione musicale di Willygroove Dj. Segue il concerto la pirotecnica jam session. Ingresso a offerta libera riservato ai soci Endas.

INFORMAZIONI
www.jazzclubferrara.com
jazzclub@jazzclubferrara.com

Infoline: 339 7886261 (dalle 15:30)

Il Jazz Club Ferrara è affiliato Endas, l’ingresso è riservato ai soci.

DOVE
Torrione San Giovanni via Rampari di Belfiore, 167 – 44121 Ferrara. Se si riscontrano difficoltà con dispositivi GPS impostare l’indirizzo Corso Porta Mare, 112 Ferrara.

COSTI E ORARI
Ingresso a offerta libera riservato ai soci Endas.
Tessera Endas € 15

Non si accettano pagamenti POS

Apertura biglietteria 19.30
Aperitivo a buffet con dj set a partire dalle ore 20.00
Concerto 21.30
Jam Session 23.00

Alla Biennale Donna gli esperimenti sulla comunicazione di Amalia Pica

È stata inaugurata ieri, dopo due anni di sospensione dovuti ai danni provocati dal terremoto del 2014, la XVI edizione della Biennale Donna. L’esposizione si intitola “Silencio Vivo- Artiste dall’America Latina” e vede protagoniste quattro artiste che, con le loro opere, tentano di annientare i silenzi forzati, causati dalle dittature totalitariste, di far sentire la voce dei più deboli, il suono dell’indifferenza che il mondo ha verso le violenze quotidiane.

Amalia Pica
Amalia Pica

La mostra si apre con le opere di Ana Mendieta, artista cubana prematuramente scomparsa, e continua con le installazioni di Anna Maria Maiolino, italiana trasferitasi in Brasile nel 1960, Teresa Margolles, artista messicana di cui è esposta un’opera inedita, e Amalia Pica, esponente dell’emergente cultura artistica argentina, che si concentra sui vari aspetti del linguaggio, rappresentandolo in tutte le sue forme. Consapevole delle potenzialità e dei limiti della comunicazione, Amalia Pica usa tutti gli strumenti e i materiali possibili per dare una corporalità alle varie forme comunicative che gli individui utilizzano.

Perché hai scelto di concentrare il tuo lavoro artistico sulla comunicazione?
Sono partita dal concetto che l’arte è una forma di comunicazione, nasce per veicolare un messaggio. Riflettendo su questo, mi sono chiesta come facesse l’arte a divenire veicolatrice, come potessi io stessa dare una fisicità alla comunicazione. Non volevo avere come oggetto del messaggio solo i grandi temi o le domande che animano l’essere umano, ma desideravo una comunicazione che rispecchiasse aspetti di varia natura. Ho voluto provare a darne una connotazione più palpabile. Sono partita da mezzi di comunicazione che nel corso del tempo sono diventati obsoleti, sorpassati, utilizzandoli come metafore della trasmissione della comunicazione. Questo perché noi sappiamo che l’audience, a seconda di come percepisce il messaggio che vuole essere comunicato dall’opera d’arte, ne completa il processo ricevendola e interpretandola. È la chiusura del cerchio. Inizio da questi strumenti per provare a dare una connotazione fisica al messaggio di comunicazione che deve passare.

L’essere umano è subissato di comunicazioni di qualsiasi genere, qual è il valore aggiunto, l’aspetto positivo, della comunicazione attraverso l’arte?
Viviamo in un mondo in cui subiamo una continua comunicazione, che molto spesso non cerchiamo neanche. A volte ci arriva con tale frequenza e intensità, grazie alla digitalizzazione, che cessa il nostro bisogno di domandarci il perché ci giunga un determinato messaggio di qualsiasi natura. Proprio per questo, il mio tentativo è spingere l’essere umano a fermarsi un attimo, perché sia lui a dimostrare la volontà di aprire un canale comunicativo, senza subirlo o senza imbattersi in un messaggio non cercato. Fermarsi e aprirsi alla ricerca di un contatto, che non deve essere per forza informativo, genere di cui siamo pervasi, ma anche di natura emotiva. Questo dichiara una volontà di mettersi in contatto, da parte mia come artista e da parte del fruitore della mia opera d’arte. È qualcosa che stiamo perdendo, dobbiamo sforzarci di riaprire un canale di comunicazione e di emozioni con una deliberata volontà di farlo.

Per aprire un canale comunicativo, come racconteresti una tua installazione a chi non conosce la tua arte?
[ndr] Siamo davanti all’installazione “Swichboard”: un muro composto da legno e vernice, in cui sono inseriti, su entrambe le facciate, barattoli collegati tra loro da fili di cotone. Una rappresentazione di un gioco non più tanto comune, ma presente nel ricordo di tutti noi.
Questa, per esempio, è qualcosa che appartiene a noi fin da quando siamo bambini, è un’ambientazione chiara per il mondo dei più piccoli e di chi ci giocava, ed è un esempio di una comunicazione/gioco. Tendo a utilizzare degli oggetti che fanno parte della vita di ognuno di noi. Io uso la mia esperienza in Argentina, penso a cosa fanno i bambini lì. Parto da un oggetto di quotidiano utilizzo, come in questo caso, qualcosa che lì fa parte della quotidianità di tutti. In Italia i bambini non fanno questo gioco?”

Comunicazione è cultura, un oggetto assume un significato in base a dove si colloca. In Italia si giocava al telefono senza fili, ora non so più. Ma magari in altri luoghi dove esponi le tue opere questo gioco non esiste, quindi è un messaggio che può non essere compreso…
Vero, hai ragione. A seconda di dove ho collocato le mie installazioni ho avuto dei feedback diversi. La cultura del paese, le abitudini e la nostra quotidianità contano molto. Mi è capitato di portare le mie installazioni in Italia e di avere un riscontro diverso da quello che avevo avuto nel mio Paese, così come quando sono andata in Olanda. Parlando per esempio di “On Education”, il detto “di che colore è il cavallo bianco di…” è conosciuto in Italia e in Argentina, è una delle cose che ci accomuna. Quando, invece, l’ho portato in Olanda, dove non c’è nulla di paragonabile a questo modo di dire, hanno iniziato a pensare che io volessi cancellare il cavallo, o evidenziarlo. Ogni pretesto, anche la presa in giro o l’incomprensione, è utile per creare una comunicazione, che sorge sia tra chi ha un minimo di sensibilità comune sia tra persone differenti, ma che cercano un punto d’incontro.

Vieni dall’Argentina, ma vivi in Europa, come e perché è avvenuto questo spostamento e come ha influito questo sulla tua arte?
Io sono in Europa grazie all’opportunità di una borsa di studio prestigiosa, che per me ha fatto la differenza e mi ha permesso di spostarmi qui. La cosa con cui mi sono subito confrontata è stata il dover comprendere questa sorta di codici che ogni Paese ha, modi di dire e di essere diversi da quelli cui ero abituata. A partire dall’ambiente scolastico in cui stavo vivendo, infatti, all’inizio pensavo che sarei andata a studiare qualcosa di simile a quello che avrei potuto fare nel mio paese, ma non è stato esattamente così. Soprattutto con l’esperienza di questo cavallo, che risale agli anni del mio trasferimento, mi sono resa conto di quanto fosse diverso contestualizzare cosa studio, dove, chi sono e cosa faccio. Era la prima volta, ero una giovane donna che si confrontava in modo diverso con il sapere che mi veniva trasmesso. Quando mi sono spostata in Inghilterra mi sono ritrovata a parlare dell’Argentina, del mio paese d’origine, perché tutti se lo aspettavano. Parlavo della storia argentina, degli artisti argentini, come se tutto quello che facessi fosse per veicolare un messaggio in quanto donna argentina, quando invece il mio tentativo era quello di comunicare al di là del fatto che venissi da lì. All’inizio c’era questa specie di naturale aspettativa che io passassi sempre un messaggio riferito al mio paese ed è in quel momento che ho percepito l’esigenza di dover cambiare, per far passare un concetto che non fosse esclusivamente relativo al luogo da cui venivo, ma che diventasse più ad ampio raggio”.

Al Padiglione d’Arte Contemporanea di Ferrara (Corso Porta Mare, 9) la XVI edizione della Biennale Donna, curata da Lola G. Bonora e da Silvia Cirelli, sarà aperta dal 17 aprile al 12 giugno.

Info su www.biennaledonna.it

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IL RICORDO
Alex Langer: una vita a costruire ponti per la pace

di Daniele Lugli

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Alex Langer

Forse nessuna metafora è più usata a proposito di Langer di quella del ponte. E’ nella sua biografia forse anche da prima ma, almeno, da quando, ventunenne, fonda la rivista bilingue “die brücke – il ponte”, e scrive su “Il Ponte” di Enriques Agnoletti, già di Piero Calamandrei, un lungo articolo sul Sudtirolo. E’ parso perciò naturale a un amico consigliere comunale promuovere  l’intestazione a Langer  di un piccolo ponte a Ferrara, una passerella ciclo pedonale, come già si è fatto a Bolzano.
Quello di Ferrara, più largo che lungo, scavalca un fosso, dove scorre il Gramicia, un tempo pieno di vita dove i ragazzi pescavano e facevano il bagno. Il ponticello collega alla città un grande parco che giunge fino al Po. A Ferrara c’è un Ponte della Pace su un vecchio ramo del fiume, ma molti, forse i più, lo chiamano ancora Ponte dell’Impero. Almeno quello intitolato ad Alex non avrà questo ricordo.
Lui stesso si sentiva ponte e scriveva: “Sul mio ponte si transita in entrambe le direzioni, e sono contento di poter contribuire a far circolare idee e persone”. Ponte lui stesso dunque e di ponti costruttore ovunque si è portato, viaggiatore leggero come nessun altro. Generoso costruttore per noi, lui non ne aveva bisogno: saltava i fossi per la lunga! Straordinario esempio di leggerezza, come nella lezione di Italo Calvino: “Cavalcanti che si libera d’un salto “sì come colui che leggerissimo era”. Se volessi scegliere un simbolo augurale per l’affacciarsi al nuovo millennio, sceglierei questo: l’agile salto improvviso del poeta- filosofo che si solleva sulla pesantezza del mondo, dimostrando che la sua gravità contiene il segreto della leggerezza, mentre quella che molti credono essere la vitalità dei tempi, rumorosa, aggressiva, scalpitante e rombante, appartiene al regno della morte, come un cimitero d’automobili arrugginite”. Nel salto Alex non abbiamo saputo, né sappiamo, seguirlo, ma neppure proseguire in ciò che era giusto, come ci ha raccomandato nel suo congedo. E come ci ricorda Nadia Scardeoni Palumbo presentandone un’ antologia di scritti: “Ed è dalla sua storia – se possiamo intuire la fatica del vivere separati nella casa comune – da quel suo essere una sorta di laboratorio armonico di organi propedeutici la formazione dei cittadini del mondo, che si innalza la sua creatura: il ponte, la più ardita e la più fragile delle costruzioni relazionali. Il ponte per il superamento delle diversità, degli ostacoli naturali, delle fratture anche le più violente. Ovunque le storie degli uomini sono divise e cieche di fronte al loro indivisibile destino, Alex lavora, studia, analizza, progetta, propone. Ed era un fiorire di ponti”.

Dobbiamo essere capaci di essere ponti quando ci viene richiesto e riconoscerli dove sono, per improbabili che appaiano. Alla fine del Novanta, mentre si preannunciava il crollo del regime, ci invitava a essere per gli albanesi come loro ci vedevano “dirimpettai italiani … un ponte verso tutta l’Europa”. Loro ci apparvero solo molto fastidiosi e pericolosi invasori. Nel 1991, è in Palestina-Israele, come costantemente diceva e scriveva: “Quanto più sacra la terra, tanto più aspra la contesa”, riconosceva. Ma vedeva un aspetto positivo in quello che ai più, e anche a me, pare un punto particolarmente critico: “la competizione demografica può costruire il ponte tra Israele e i Palestinesi”. Sempre in quell’anno, prima del dono del “Tentativo di decalogo per una convivenza interetnica”, ha scritto: “gli immigrati che rappresentano la diretta sporgenza ed ingerenza del Sud (e dell’Est) nel nostro mondo, sono oggi anche il primo banco di prova di tutti i nostri discorsi sulla cooperazione equa e solidale e sul risarcimento, e possono diventare un importante “ponte” tra le nostre società e le loro comunità di provenienza”.

Non vuol dire che non si possa o debba prendere posizione di fronte all’aggressione. La vicenda dei Balcani è forse quella che ha più dolorosamente colpito Alex. E’ quando il ponte sembra separare il bene dal male: succede, è successo.
Calvino in “Oltre il ponte” canta: “Avevamo vent’anni e oltre il ponte/ Oltre il ponte che è in mano nemica/ Vedevam l’altra riva, la vita,/ Tutto il bene del mondo oltre il ponte…/ Tutto il male avevamo di fronte,/ Tutto il bene avevamo nel cuore,/ A vent’anni la vita è oltre il ponte,/ Oltre il fuoco comincia l’amore”.

Ma poi i ponti vanno ricostruiti e come i suoi amici della Fondazione, a partire da Edi Rabini, ricordano: “un ponte si regge su due sponde, e identificarsi con una soltanto è uno sbilanciamento esiziale, come lo è illudersi che il ponte esista ancora mentre è invece crollato”. E i ponti necessari sono tanti: “fra memorie amaramente contrastanti”, come fa Adopt Srebrenica, premio Langer 2015 o un ponte fra chi soffre e chi può imparare a condividere il dolore, secondo l’azione di Borderline Sicilia, per una fratellanza euromediterranea, premio Langer 2014.

Questo aspetto non è sfuggito a due giovani, Jacopo Frey e Nicola Gobbi, che per la loro età non hanno potuto conoscerlo, ma lo hanno studiato, ne hanno scritto e disegnato e il risultato è: “In fondo alla speranza. Ipotesi su Alex Langer”. E’ scritto nella recensione su l’Alto Adige: “Ed eccolo allora, costruttore di ponti, a ricostruire il ponte di Mehemed Pascià, un ponte ideale e simbolico che assomma il ponte sulla Drina e quello sulla Zepa, raccontati da Ivo Andrich, tanto amato da Langer. E poi ancora il ponte di Mostar e perfino compare il ponte Talvera, durante la famosa manifestazione contro le gabbie etniche e il censimento”. Li ho visti quei ponti in Jugoslavia negli anni Sessanta e non più dopo. Di quello sul Talvera ho ricordi più recenti: separava nettamente, e credo separi ancora, dal centro tedesco la zona nuova, italiana. Ci stavano miei parenti, ora scomparsi, e ancora qualche amica e amico cari. Nell’autunno del 1980, Langer, con alcuni compagni, al ponte, ferma i passanti e chiede “Italiano o Tedesco?”. Secondo la risposta li fa a passare da una parte o dall’altra del ponte, segno di una separazione persistente nella sua terra amata e ribadita dal censimento etnico.

Quanto ha puntato Alex a un’ Europa unita, ponte capace di superare ogni confine, di ogni tipo, nel continente e di promuovere diritti e unità anche oltre, a partire dal Mediterraneo. Siamo ben lontani da questo necessario obiettivo che apparve più chiaro nell’immediato dopoguerra. Anche a questo ci riporta Goffredo Fofi, introducendo “Il viaggiatore leggero”: “Piero Calamandrei fondando, a guerra appena conclusa, una rivista che si chiamava Il Ponte, il significato metaforico ma anche concreto dei ponti, da riedificare dopo le distruzioni della guerra che si era accanita a distruggerli. Ponti veri, che gli uni o gli altri avevano fatto saltare, e che dovevano mettere di nuovo in comunicazione e in commercio persone e città, culture e territori. Ponti ideali, che potessero permettere ai vinti e ai vincitori, tutti infine perdenti, sopravvissuti ai conflitti e alle stragi e cioè al dominio della morte, di ritrovare nell’incontro e nel dialogo la possibilità di un futuro migliore”.

Sempre Fofi ci ricorda “Il progetto semplicissimo e immenso di far da ponte tra le parti in lotta, che ad Alex costò infine la vita, è fallito e continua a fallire”. E’ un desiderio che l’amico e compagno Franco Lorenzoni ha visto in lui di essere ponte, di incarnare del ponte quella linea leggera che regge il peso delle pietre in virtù della sua curva, grazie all’intuizione di una forma e di un azzardo. E’ una linea che rintracciamo a fatica, ma nella consapevolezza anche che la linea non basta. Ci vogliono pietre capaci di tradurla nella realtà, di renderla effettiva e percorribile. Queste pietre siamo noi, con le nostre istituzioni, le nostre relazioni. E anche qui, con l’attenzione al dettaglio e nella sua capacità analitica, ci è d’aiuto Alex, ma c’è tanto da lavorare.
L’ha detto, ancora una volta, bene Italo Calvino ne “Le città invisibili”: “Marco Polo descrive un ponte, pietra per pietra. – Ma qual è la pietra che sostiene il ponte? – chiede Kublai Kan. – Il ponte non è sostenuto da questa o da quella pietra, – risponde Marco, – ma dalla linea dell’arco che esse formano. Kublai Kan rimase silenzioso, riflettendo. Poi soggiunse: – Perché mi parli delle pietre? è solo dell’arco che mi importa. Polo risponde: – Senza pietre non c’é arco”.

Riprendo ancora da Fofi: “Alex Langer ha svolto una funzione di ponte in due direzioni prioritarie: quella di accostare popoli e fazioni, di attutirne lo scontro e di promuoverne l’incontro, e quella dell’apertura a un rapporto nuovo tra l’uomo e il suo ambiente naturale. E se nel primo caso, quello più determinato dalle pesanti contingenze della storia (per Alex, la guerra interna alla ex Jugoslavia), si trattava di far da ponte ma anche da intercapedine, da camera d’aria dove potesse esprimersi un dialogo assai difficile, nel secondo si trattava piuttosto di additare nuovi territori all’azione politica responsabile, allargandone il significato da città a contesto, da polis a natura”.

Il piccolo ponte che collega la città di Ferrara, patrimonio dell’Unesco per l’impianto urbanistico, a un grande parco fortemente voluto da Italia nostra (intitolato a Giorgio Bassani, che ne fu agli inizi presidente) risponde bene a questa seconda direzione. L’intitolazione di una scuola, alla quale si pensa, può richiamarsi alla prima.

L’inaugurazione è prevista per la mattina di sabato 23 aprile. Seguirà il programma dettagliato dell’iniziativa.

INSOLITE NOTE
Una foto con Lucio, ora si può

di Lucia Casadio e William Molducci

“All’amico Lucio”, la statua realizzata da Carmine Susinni, già esposta nel decumano di Expo 2015, il 4 marzo scorso è finalmente arrivata a Bologna, posizionata in Piazza De’ Celestini, sotto il balcone della casa di Lucio Dalla, dove resterà sino a fine aprile.
Lo sguardo innocente, un sorriso accennato e un braccio disteso sulla panchina. Lucio Dalla ci invita su questa panchina come se fossimo dei vecchi amici con i quali scambiare due chiacchiere e ricordare qualche vecchia canzone. Chiunque passi da Piazza De’ Celestini non può fare a meno di sedersi al suo fianco per una foto: si fermano tutti, anche chi su quella panchina vede solo un buffo signore con un paio di occhialetti tondi, un berretto in testa e un sacchetto di cibo in mano. In realtà, l’atmosfera è davvero magica in questa piazzetta nel cuore di Bologna, qui Lucio Dalla vive ancora, quasi che non fosse mai andato via da casa sua.
La sensazione è di entrare in uno spazio incontaminato: la sua musica risuona dal balcone, la sua ombra suona il sax sulla parete e al suo fianco, sulla panchina, Lucio sembra ci stia cantando una delle sue canzoni più conosciute: “Io i miei occhi dai tuoi occhi non li staccherei mai, adesso anzi me li mangio tanto tu non lo sai”. Se poi partono proprio le note di “Canzone” quando vi sedete per la vostra foto ricordo, può darsi che vi scappi un sorriso, o forse una lacrima.
Piazza De’ Celestini fa angolo con Via D’Azeglio, dove abitava Dalla, ora sede della Fondazione che porta il suo nome. Le sue canzoni sono trasmesse in tutta la zona, come in “Anna bello sguardo”, il cortometraggio di Vito Palmieri, nato da un’idea elaborata insieme alla classe II C della Scuola Secondaria Testoni Fioravanti di Bologna.

Fotografie di Lucia Casadio. Clicca sulle immagini per ingrandirle

Alessio, il protagonista del film, è un adolescente con la passione del basket che non riesce a giocare con i suoi coetanei perché ritenuto basso di statura. Un giorno, mentre si trova nel ristorante della nonna, trova una vecchia fotografia di Lucio Dalla insieme con Augusto Binelli, il pivot della Virtus Bologna.Ha inizio un percorso che consentirà al ragazzo di comprendere che la statura non è importante per realizzarsi nella vita, riuscendo anche a conquistare la simpatia di Anna, la compagna di scuola preferita. Alessio, insieme alla ragazza, correrà per le strade di Bologna sino a giungere in Via D’Azeglio, in tempo per ascoltare “Anna e Marco”, il motivo conduttore del film e forse della loro adolescenza.

“Anna bello sguardo”, cortometraggio di Vito Palmieri, in versione integrale.

Dieci motivi per votare sì al referendum

Domenica 17 aprile andrò a votare SÌ al referendum, promosso da 9 regioni italiane, che propone lo stop alle trivellazioni in mare alla fine delle concessioni.

S come Sono e I come Indignato: SONO INDIGNATO il Presidente del Consiglio di un Partito che si autodefinisce Democratico non può invitare i cittadini ad astenersi dalla democrazia quando gli fa comodo.
S come Santa e I come Intolleranza: SANTA INTOLLERANZA è la protettrice di chi non sopporta più l’arroganza degli imbonitori televisivi e dei cinguettatori virtuali che si lamentano delle spese del referendum ma non hanno voluto farci risparmiare 360 milioni accorpandolo alle elezioni amministrative.
S come Sono e I come Idiozie: SONO IDIOZIE quelle di chi dice che ci sarà più ricchezza per tutti perché continuare a trivellare il mare sarà fonte di ricchezza solo per i petrolieri.
S come Senza e I come Inquinamento: un mondo SENZA INQUINAMENTO forse sarà anche un’utopia ma se non ci si mette a pensare ad una seria politica energetica si rinuncia ad un futuro sano.
S come Saper e I come Immaginare: SAPER IMMAGINARE è il primo passo per realizzare un domani diverso.
S come Spero e I come Incessantemente: SPERO INCESSANTEMENTE che riusciremo insieme a praticare alternative sostenibili.
S come Scarabocchio e I come Idee: SCARABOCCHIO IDEE e non sono un esperto ma vorrei un futuro migliore di questo presente rovinato da sostanze e soggetti inquinanti di vario tipo.
S come Sostenere e I come Intelligenze: SOSTENERE INTELLIGENZE e SVILUPPARE INGEGNO vuol dire favorire la ricerca e l’innovazione e non svilire l’istruzione.
S come Sono e I come Insegnante: SONO INSEGNANTE e non mi piacciono quelli che vogliono i voti alle elezioni ma poi non gradiscono che le persone esprimano il loro giudizio ai referendum.

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Domenica 17 aprile andrò a votare SÌ perché Scelgo l’Impegno.
Comunque andiate a votare ed invitiate a farlo, Salute Innanzitutto e Saluti Incoraggianti.

“San Giorgio… in Paradiso”, in Ariostea si festeggia sulle ali della fantasia

San Giorgio e il drago, Orlando e Brigliadoro, Ruggero e l’Ippogrifo, Astolfo e Rabicano… Tanti personaggi, tante storie da narrare e tanti libri sulle cui ali volare.

Sabato 23 aprile c’è “San Giorgio… in Paradiso”: in occasione della Giornata mondiale del libro e della Festa del patrono, la Biblioteca Comunale Ariostea di Ferrara sarà aperta tutto il giorno con un intenso programma di iniziative, tra cui la visita guidata alla mostra documentaria“1516-2016. Furioso da Cinque secoli, ancora Orlando, per sempre Ariosto”, esibizione della Banda filarmonica comunale Ludovico Ariosto di Ferrara, narrazione animata per bambini la “Mio cugino Astolfo” e letture dall’Orlando furioso.

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La locandina

San Giorgio… in Paradiso
Sabato 23 aprile dalle ore 9,30 alle 19
Biblioteca Ariostea – Via delle Scienze, 17 (Palazzo Paradiso) – 44121 Ferrara, Italia
Apertura straordinaria della Biblioteca Comunale Ariostea

Programma:
ore 9.30 e ore 15, Mirna Bonazza e Arianna Chendi illustreranno la mostra documentaria “1516-2016. Furioso da Cinque secoli, ancora Orlando, per sempre Ariosto”;
ore 11 in Sala Agnelli presentazione del libro “La banda musicale nella tradizione italiana e ferrarese” curato dalla Banda Filarmonica Comunale Ludovico Ariosto di Ferrara.
Interverranno il vice sindaco Massimo Maisto e il prof. Claudio Cazzola.
Seguirà breve esibizione musicale.
ore 16 in giardino “Mio cugino Astolfo” con Marcello Brondi. Narrazione animata per bambini e ragazzi. A seguire merenda offerta dagli Amici della Biblioteca Ariostea e… letture in libertà.
ore 17,30 Ivano Marescotti legge brani tratti dall’Orlando furioso di Ludovico Ariosto, nell’ambito della rassegna “Voci d’autore. Iniziative nelle biblioteche dell’Emilia-Romagna” a cura dell’Istituto Beni Culturali della Regione Emilia-Romagna.

Saranno disponibili inoltre i servizi di lettura e prestito libri (solo a scaffale aperto), le sale studio e il giardino e sarà possibile visitare Palazzo Paradiso, grazie anche alla gentile collaborazione dell’Associazione Amici della Biblioteca Ariostea.

A cura del Servizio Biblioteche e Archivi del Comune di Ferrara
Info: Angela Ammirati 0532 418218 ammirati.ariostea@edu.comune.fe.it

Immagini rappresentative di Ferrara in tutti i suoi molteplici aspetti, in tutte le sue varie sfaccettature. Foto o video di vita quotidiana, di ordinaria e straordinaria umanità, che raccontano la città, i suoi abitanti, le sue vicende, il paesaggio, la natura…

 

Democrazia ed ecologia

17 aprile 2016: Referendum popolare per proporre l’abrogazione della norma che concede di protrarre le concessioni per estrarre idrocarburi entro 12 miglia nautiche dalla costa italiana sino all’esaurimento della vita utile dei rispettivi giacimenti.

Per approfondire:
Trivelle sì, trivelle no, forse non è solo questo il problema
Alcune cose da sapere sul Referendum del 17 aprile
dalla stanza di Chiara Ricchiuti: Referendum Notriv 17 aprile: cosa sapere prima di andare a votare

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Isabel Allende

I problemi ecologici sono la frontiera politica del futuro. (Isabel Allende)

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la giornata…

Mangiate la verdura

Anche oggi le notizie sgommano peso.
Sgommano impetuose come il pickup 4×4 di Jack Helton da Nampa, Idaho (cit.).
Ci giungono infatti 8 preziosi consigli “per dare il meglio su Instagram”.
Non posso fare a meno di elencarli perché ho molto a cuore la salute mentale della razza umana.
Fonte: Alice Cerea, blogger professionista (!) su “Glamour”.
Via!

Brano: “Jack Pepsi” ei TAD
Brano: “Jack Pepsi” ei TAD

Innanzitutto un suggerimento: “Non hai mai pensato che, forse, il problema non sei tu ma la foto stessa?”.
Quindi i consigli che spaziano dall’acconciatura al trucco, passando per il contouring e le pose da assumere di fronte alla fotocamera.
1 – “No alle pose innaturali, stai eretta, come stai normalmente!”;
2 – “Occhio alle mani! Lascia sempre polsi e dita rilassati per un effetto naturale mentre per la manicure, se ti capita spesso di fare da modella, punta a degli smalti semi-permanenti in colori neutro”;
3 – “Giù il mento! Non alzare la faccia, fissa le fotocamera come se fosse un amico e, per modellare il volto, punta sulla tecnica del contouring”;
4 – “Occhio agli occhi! A meno che tu non abbia degli occhi rotondi e grandissimi fissa la fotocamera sempre ‘direttamente’ ma dal basso verso l’alto”;
5 – “Mani e viso. Non mettere mai le mani di fronte al volto, non coprirti, sorridi, sei bellissima!”;
6 – “Apri gli occhi! Non cercare di fare sguardi ammiccanti che ‘non sono tuoi’, opta per un trucco smokey eyes leggero nei colori naturali e sorridi con bocca e occhi!”;
7 – “Braccia. Non lasciarle ciondolare, mai! Punta piuttosto per due diverse pose, provane una a ciondoli e una sul fianco”;
8 – “Non stritolarti! Sii delicata, cercare di perdere qualche centimetro stringendo le mani in vita, l’effetto sarà contrario!”.

Devo ammettere che comunque sono un po’ perplesso.
Quando posso leggo sempre “Glamour” ma non mi tornano un po’ di cose.
Di nuovo, non posso fare a meno di elencarle perché ho molto a cuore la salute mentale di me stesso.
Via!
No, non mi ricordo più .
L’ultima cosa che mi ricordo è che ieri ho postato su Instagram un piatto di plastica pieno di lattuga e un po’ fuori fuoco.
Era il terzo che mi mangiavo e sentivo che mi stavano per spuntare il guscio dietro e la tartaruga davanti.
Vedevo quasi le proverbiali porte della perfezione spalancate, spalancate dalle mie carapacità, lì ad apparire come sono realmente: infinite.
Così, proprio mentre brucavo felice la mia lattuga, un amico mi fa: “mi sono cancellato da Instagram”.
Sul momento mi stavo per soffocare con la mia goduriosa pietanza, ma ho raccolto tutte le mie forze e gli ho fatto un discorso serio.
Gli ho detto che deve assolutamente tornare, senza tanti fronzoli.
Perché non possiamo proprio lasciare Instagram in questo stato.
Dobbiamo garantire a tutti i possessori di un account Instagram almeno una piccola epifania tascabile al giorno.
Poi mi ha chiesto di indicargli il bagno e si è assentato per qualche minuto.
Quand’è tornato mi ha detto che aveva pensato molto e che avevo ragione.
Dio, è proprio vero che la strada per il cesso porta al palazzo della saggezza.
Quindi mi raccomando: fate tutti tesoro di questa storia del mio amico e buona fortuna a tutti con questi preziosi consigli per Instagram!
E via con il pezzo di oggi.
Pezzo che sgomma peso perché alla guida c’è proprio lui: Jack Helton da Nampa, Idaho.

Ogni giorno un brano intonato alla cronaca selezionato e commentato dalla redazione di Radio Strike.

 

Selezione e commento di Andrea Pavanello, ex DoAs TheBirds, musicista, dj, pasticcione, capo della Seitan! Records e autore di “Carta Bianca” in onda su Radio Strike a orari reperibili in giorni reperibili SOLO consultando il calendario patafisico. xoxo <3

Radio Strike è un progetto per una radio web libera, aperta ed autogestita che dia voce a chi ne ha meno. La web radio, nel nostro mondo sempre più mediatizzato, diventa uno strumento di grande potenza espressiva, raggiungendo immediatamente chiunque abbia una connessione internet.
Un ulteriore punto di forza, forse meno evidente ma non meno importante, è la capacità di far convergere e partecipare ad un progetto le eterogenee singolarità che compongono il tessuto cittadino di Ferrara: lavoratori e precari, studenti universitari e medi, migranti, potranno trovare nella radio uno spazio vivo dove portare le proprie istanze e farsi contaminare da quelle degli altri. Non un contenitore da riempire, ma uno spazio sociale che prende vita a partire dalle energie che si autorganizzano.

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